@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

giovedì 25 settembre 2008

The Sea Gull, Fourth Act: KONSTATIN GAVRILOVIÈ TREPLEV


Cara madre,
ieri pensavo che le bende dovrebbero essere lunghe quanto la mia vita indietro…forse quella avanti, per dare un senso a quanto vivo. Ve l’ho detto, voi fasciate bene, come non altri...con le vostre mani. Le conosco. Esse d’improvviso mi fanno sorpassare tutto il tempo che mi separa dall’infanzia e mi riportano ad immagini care. Lo scrisse Dostoevskij...” Non vi è nulla di più elevato, di più forte, di più salutare e utile per la vita avvenire di un bel ricordo, specialmente se è un ricordo dell’infanzia…” Allora ero felice, ed anche negli anni dopo le rive di questo lago hanno carezzato i miei sogni. Voi eravate lontana, ma le vostre mani continuavano a dare calore ai miei sogni. Essi…divenivano sempre…più…solo miei. Ho odiato il vostro Trigorin, ne ho avuto buon motivo, lo sapete e voi stessa avete sostituito la paura all’odio e… per non perderlo continuate da sempre ad inseguirlo, come i vostri sogni. La fede nel vostro teatro, di voi stessa sulla scena…vi impedisce di perdere, ad onta di essere così poco amata. Egli si è sottratto al duello…e voi dite che è un grande! Che grandezza c’è, ditemi, a vivere di se stessi; neanche con il pubblico egli ha un confronto….lo dice…insegue le sue novelle come un predestinato per nascondere a se stesso la coscienza che Turgenev è già esistito! No, non preoccupatevi, gli serve la vostra lusinga, come serve a voi la sua vicinanza. Il mio destino, invece, è di non potervi odiare, ne potervi amare come vorrei…e la cosa si va ripetendo, né voi cambiate…sempre troppo distante da quanto scrivo, da quanto vivo. E sembra che mi sia negata la possibilità di decidere, di scegliere in questa altalena di sentimenti, che si nutre di se stessa.
Prima credevo in forme nuove e mi accanivo dietro il disprezzo di quelle vecchie, di un teatro obsoleto, imprigionato…ora comprendo che è quanto si dice ad avere importanza; quella è la vera bellezza del pensiero, quella che scaturisce dall’anima. Ma la mia è sempre stata troppo ferita, per non sanguinare sulla scena del teatro, della vita... che tanto amo. Ho lottato, senza volerlo…vi giuro, contro il vostro disprezzo a credervi, perché voi non mi avete creduto…Perfino Boris Alekseevic trascinaste via per il timore di perdere l’amore, mentre avrei sperato che fosse il dolore di vostro figlio a farvelo allontanare dal lago, dalla mia Nina. La leggerezza degli anni migliori, che anche Nina ha conosciuto, si allontanò d’un tratto, cadde senza più un senso come un gabbiano morto…se non puoi avere quello che ami, è la tua speranza, dentro di te, che muore, ancora più dolorosamente di quell’immagine che scompare…Per questo uccisi il “gabbiano” e lo deposi all’evidenza -essa si crudele- di quanto non esisteva oramai più.
Mi sento schiacciato tra due grandi divieti a poter amare, riamato, ed il mio stesso amore mi uccide. Ho vissuto troppo tempo sentendo che la vita mi negava ed io ho tentato di negare lei, piuttosto che la cesta ingrata delle impotenze degli altri…Ora Nina sembra fuggire ancora da me per il sogno infranto del suo gigante Trigorin, continua ad amarlo…ed ancor più di prima; il palcoscenico vi ha premiato e punito perché nessuna cosa dura eterna…la gloria di un vita e l’amore che vi metti dentro e credo debba essere stata dura, anche per voi, la cinica sostituzione dell’attrice nei panni della giovane donna invaghita dell’uomo importante…non lo avreste mai sopportato sulla scena, lo rimuovete nella vita. Le vostre delusioni, di voi tutti, si accaniscono contro di me, contro la potenza del mio sogno, del mio desiderio. Non ho necessità di soffrire per il sogno infranto di Masa… così ho regalato anche io dolore a qualcuno, senza volerlo. Le forme cambiano…a volte impiegano più tempo ed energie ad evolvere, altre volte non lo faranno mai…ma l’intenzione del mio amore per quanto di sacro era in Nina rimane un gabbiano. Lei sogna ancora di diventare una grande attrice; glielo auguro….e si dice ancora gabbiano, poi si corregge e preferisce ricordare con lo spettro di Trigorin (!),Turgenev, che conta più un “luogo caldo” nel quale nascondersi, nella propria casa; quella che non vuole. No, credo che a volare sia solo il mio gabbiano, e quanto ho amato e mi ha riamato nella vita, quando è stato, la mia speranza può volare anche se è spenta, perché ha il fuoco dentro ed attende altri che l’accendano. Le ali non smetteranno di battere solo per questo, anche se più non spero, né attendo.
Oggi libero il “gabbiano”, quello che non ho mai deposto ai piedi di alcuno, né ha subito ferite od insulti. Lo lascerò volare sui destini delle persone e so che non molti si troveranno ad alzare il capo, a cercare sulle proprie mani, tra i ricordi e la voglia di sperare. Conoscere il suo volo è già consolazione. L’avervi creduto il mio senso. Vostro figlio, mi mancate senza avervi mai perso, Konstatin Gavriloviè Treplev

Foto: "The Sea Gull, Konstatin Gavriloviè Treplev" di E. G.

1 commento:

Anonimo ha detto...

da Nina

I PREDESTINATI

Ciascuno di noi vive un rapporto transferale con un preciso personaggio cechoviano. Accarezzandolo, l’attore lo fa suo; altrimenti si effonde, in lui, un economo ripudio: conferma che il ruolo assegnatogli è quello giusto. Comprendo che per alcuni assumere l’identità del personaggio possa diventare non solo insopportabile, ma crei un dissidio interiore non trascurabile.
Gli elementi trasfigurati che la “mano” del Director porge, ci trasforma in funamboli, in bilico tra sogno e realtà. Un passo occasionale –e cadi giù. Così stramazzi per terra scorgendo l’irreparabile durante la caduta, senza un’accogliente rete salvavita: per metafora, vorresti solo braccia possenti che amorosamente ti accogliessero “nella quiete dell’abbraccio”. Sì, vorresti braccia. Al diavolo la rete!
Tuttavia, se quell’abbraccio accade, sappiamo che esiste solo nel sogno. E allora viene la voglia di strappare il copione.Questa realtà è scomoda. Fa male. Si tinge del lutto di Maša: nero perenne, non-colore egoisticamente infaticabile nel proporsi. Il nero assorbe le pigmentazioni colorate del vivere, costringe nella strettoia delle esistenze, la morsa avvincente del cappio rivelatore.
Kostja si rivela, teme il cappio senza evitarlo.
Povero Kostja: gli occorrerebbero più anticorpi, una sostanziale elaborazione corticale affettiva per stimolare le sue difese neuroimmunitarie.

Tutto è finito. Kostja lo sa. Kostja è l’unico a saperlo. La sua detestabile consapevolezza arreca disturbo. È antipatico, melenso, nichilista, perché ha il coraggio di rivelarsi nudo, fragile, senza vergogna nel palesare il suo disperato dolore, i sentimenti occulti. Ha la precisa volontà di non ammucchiarli nello scantinato delle menzogne o dell’ipocrisia.
Viene da amarlo questo Kostja, nella rilettura di Ermanno.
In fondo, la sua parete rocciosa riesce a scalarla. Ed è solo nell’impresa, perché non c’è madre, non c’è Nina. Emergono da un sogno: vive, palpitanti.
Irina Arkadina e Nina Zarecnaja: “donne impossibili” anelate, amate, consumate. Ciononostante, nelle loro imperfezioni umane, da amare indissolubilmente. Riesce assurdo non degnarle di qualunque sentimento, pure nello scarto generazionale che le ricompone entità unica. Se la donna è «capace di eroismo morale» (Clemente Rebora), Irina e Nina non portano in sé nessun elemento eroico. Aggiungo: per fortuna!

L’eroismo non fa parte della fiction cechoviana: si elude, almeno nel Gabbiano.
La realtà scomoda, inusitata, si raccoglie nel pallore livido fatto di nervi, rabbia e parossismo di Kostja.La madre l’immobilizza, lo inchioda con le sue “mani”. Portano con sé amore ed impostura, il ricordo di un bambino in riva al lago. Il bambino felice: l’uomo infelice.
Ogni “mano” insostituibile è la “mano” che vorremmo far nostra.
Le “mani” sono testimonianza d’affetto, tenerezza, amore, passione.
Chi accetta di essere accarezzato non potrà più farne a meno. Vale in qualsiasi rapporto d’amore, ed è peggio dello sniffo al tabacco di Maša, se quelle “mani” vengono poi a mancare.

Un uomo e una donna sono i predestinati. Credo fermamente che l’uomo manifesti lunghi tempi di solitudine prima di concedere dolcezza e intensità. Teme di confondersi, scoprirsi incongruo, instabile.
La donna, invece, sarebbe capace di farsi lisciare da “lupi e leoni”: vedi Irina e Nina con Trigorin. Pur di essere amate fanno qualsiasi cosa, pur di raggiungere il successo, o riconfermarlo, abbandonano nel solito scantinato gli affetti più intimi.
Ed è sempre lui che manca dal loro universo: Kostja.
Kostja non fa che sognare e sperare, ormai drogato di mancanze, con la disillusione in atto. Fonde quel pianto amaro di rimpianti e desideri, slabbrandosi la pelle con un proiettile.
Kostja scrive una struggente lettera alla madre, e commuove questo passaggio:
“… ora comprendo che è quanto si dice ad avere importanza; quella è la vera bellezza del pensiero, quella che scaturisce dall’anima […] Ho lottato, senza volerlo… vi giuro, contro il vostro disprezzo a credervi, perché voi non mi avete creduto… Perfino Boris Alekseevic trascinaste via per il timore di perdere l’amore, mentre avrei sperato che fosse il dolore di vostro figlio a farvelo allontanare dal lago, dalla mia Nina […] Se non puoi avere quello che ami, è la tua speranza, dentro di te, che muore […] Il mio stesso amore mi uccide…”

“Quando un sentimento muore,” –avrebbe potuto rispondergli l’Arkadina– “fosse Boris Alekseevic a lasciarlo morire, o Nina nella condizione di donna corrotta, oppure io, che ti generai perché ti possedessi come una cosa buttata là… Una cosa da fasciare, accudire, viziare tra un mio vizio e l’altro. Tra un vizio e l’altro rammentarmi madre, e per una volta soltanto farti sentire di averti amato non come una cosa buttata là, abbandonata al disfacimento morale, e infine dimenticata… Tua madre è una grande attrice, ma non ama la verità!... Spera solo di perdere il senso di ciò che è stato… E allora, giunga benedetta la censura del dolore attraverso il tempo! Aiuti a modificare, nel patrimonio della memoria, le ‘mani’ che avvolsero il figlio senza mai stringerlo…”

Cosa resta a Kostja? Amare per non essere ri-amato. Ancora una volta il dualismo fatale illusione-disillusione. Fatale perché lo porterà ad un epilogo gestuale: Kostja, così eternamente ladro e derubato dei suoi stessi pensieri, infatuato speleologo della parola teatrale, lui rimodellerà il gesto della “mano”.
Lui, soltanto lui, farà ritorno alla “mano” carezzevole. E saprà amarsi dentro l’amore negato, facendo volare il suo gabbiano. Credo che lo spalancarsi di quelle splendide ali non debba suonare come consolazione. La consolazione è lo strumento raccogliticcio dei perdenti.
Solo –senza l’invocazione della “mano”– e finalmente libero, egli si proclama elemento Aria.

Kostja sarà di ritorno da quel volo. Lo ritroveremo trasformato, dopo il fiotto sanguinolento della sua breve esistenza. Le sue “mani” estatiche non avranno limiti.
Si abbandonerà in un abbraccio nuovo, infinito, d’incanto. Una donna –a riceverlo.
Saprà ricominciare, aperto a un vero amore inaspettato. No: predestinato.
*
Nina M.

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

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