@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

Visualizzazione post con etichetta Drammaterapia Dramatherapy Drama Therapy. Mostra tutti i post
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lunedì 26 gennaio 2009

Qui siedono il cipresso, il salice, il castagno, l'olmo, la betulla, il larice, l'abete, l'acero, le querce e gli ulivi...


@ Romeo

Lasciare “Shine on” di R.I.O. per Silje Nergaard non è gioco facile.
Tuttavia, occorre seguire il director. Dobbiamo essere tutti pronti a salire in carrozza: il treno sta partendo e non abbiamo bisogno di portare con noi alcun bagaglio. Esiste un posto dove si incontra un viale alberato. Qui siedono il cipresso, il salice, il castagno, l'olmo, il faggio, la betulla, il larice, l'abete, l'acero, le querce e gli ulivi. E’ bello passeggiarvi, assaporare il loro profumo, sedersi alla loro ombra, ascoltare il cinguettio degli uccelli che vi si posano e respirare l’ossigeno che gratuitamente rilasciano assorbendo molte sostanze cattive presenti nell’aria.
I fantasmi riaffiorano ogni giorno. Impari a conoscerli e gestirli. Conosci il loro nome. A volte però ti accorgi che questi hanno altre sembianze e sono dei vampiri. Come loro, vivono succhiando il nostro sangue, la nostra linfa vitale. Non è bello imbattersi in un simile mostro. Si nutrirà della tua parte migliore e ti sentirai svuotato della tua vita.“Loro ti feriscono e ti abbandonano, prendono la tua anima se li lasci fare". Oh, ma tu non glielo permetterai.
E’ bello sapere che hai un amico tra tutta quella gente fredda.
” Chiamerò il vostro nome. Venite, battete alla mia porta.
James Taylor , "
You’ve got a friend"

@ Director

Sono restato un poco seduto sotto il castagno. Sarà che è ancora recente l'odore delle foglie macerate sotto il suo fusto e per un pò si può restare incuranti dell'umidità di quel tappeto e pensare. O forse, lasciarlo scorrere il pensiero...a fermarlo spesso -sai Romeo- esso intoppa nei quesiti. Ed invece abbiamo una meravigliosa capacità di aggirarli, verso le risposte, se vogliamo; noi, sempre troppo pronti alle soluzioni. E' così che i "fantasmi" sgretolano la loro subdola consistenza; fatti accomodare, ma senza invitarli, dopo un pò si sentiranno sgraditi ospiti e si volatizzeranno. La gente è "fredda"; cogliamone gli indubbi vantaggi. Perdiamo l'affanno del convincimento, la fatica del sospetto! Rinnoviamo la nostra nuova amicizia con le cose ed i compagni di viaggio, quelli fidati. Il tuo inconscio per primo. Complimenti per il tuo lirismo.

venerdì 16 gennaio 2009

Camminare Ad Occhi Chiusi

Quando si lavora con la nostra psicologia, tutto ciò che si osserva è sempre relativo alle condizioni in cui ci siamo posti, alle nostre motivazioni ed attitudini, alla nostre stessa attività critica su quanto si sta svolgendo. Esattamente come per l’espressione artistica, che non prevede certo risposte e traguardi univoci, ma è il risultato di un incontro tra fattori personali e la rappresentazione –sempre semantica- della realtà. Come per modellare un vaso, dipingerne la superficie, anche per la sensibilità ad accedere ad una esperienza introspettiva, esiste una naturale attitudine, più o meno intensa, ma comune a tutti gli individui ed alla quale si può essere addestrati. Un limite è comunque presente in tutte le attività umane, che si tratti di sollevare dei pesi o di osservarsi dentro: la fatica che conduce alla stanchezza, che riduce la performance.
Siamo essere fatti per essere integrati; il prezzo che paghiamo per esserci “distinti” dalla materia informis è quello di un costante controllo della realtà, perché questa non ci prevarichi facendoci tornare prima del tempo allo stato di quiete “inorganica”! Essere vivi è quindi per definizione il limite della “libertà”; come un ciotolo può fare, noi non possiamo rotolare da una galassia all’altra senza interrogarci sulle tre famose domande…Pronti alla difesa o all’attacco, con una delega poderosa a meccanismi automatici, siamo incappati in quel meraviglioso e “divino” incidente di percorso che è l’autocoscienza. Orgogliosi della “costruzione sociale”, quale proiezione della mente che nasceva, siamo consapevoli della nostra fatica
E veniamo all’Atelier, al nostro lavoro a full-immersion… che ti sottrae alla quotidiano gioco delle parti, per aprire nel luogo del “teatro” gli strumenti della comprensione e del cambiamento. L’analogia tra il teatro e la vita non è nostra. Il teatro è nato per questo, l’estensione rappresentata di quanto di teatricamente già avviene vivendo. Rappresentiamo il mondo con i nostri sensi, conoscendolo e modificandolo e probabilmente il primo abbozzo di coscienza dell’Io, di consapevolezza cosciente, avvenne nelle rappresentazioni di progenitori che volevano comunicare tra loro, ancora in assenza di un linguaggio elaborato. Corpi, salti, suoni gutturali, soffi ed una mimica totalmente affettiva descrivevano “suggestivamente” qualcosa di dentro fuori: il “drama”. Poi, divenne teatro.
E veniamo allo scorso incontro. Hai “giocato” con i tuoi “amici”, li hai vestiti di tuoi parenti, genitori, conoscenti , e -per ricollegarci agli ultimi due post- hai fatto un salto oltre l’”orizzonte” e compreso che “camminare” sulle acque non è molto facile, sono ampie e profonde ed anche molto abitate! Siamo giunti all’ora “che volge il desio”, come adesso, decisamente stanchi, ma soddisfatti, completamente convinti di non voler pensare più a nulla per almeno le prossime dodici ore! Che poi è quel prezioso tempo di incubazione in cui l’inconscio lavora -a scatola chiusa- quanto hai messo dentro. Uno di voi mi ha scritto “…l' atelier...se chiudo gli occhi per pensare alla giornata mi vengono in mente tante cose. ma ad occhi aperti , come ti dicevo, ho parecchi vuoti.. adesso la cosa mi piace. mentre lunedì ero un po' spaventata perchè non ricordavo nulla ora, avendo trovato questo " metodo", penso che tutto quello che abbiamo fatto mi è arrivato dritto dritto dentro e solo abbandonandomi un po' riesco a riprovare quelle sensazioni e a ricordare ciò che abbiamo fatto”.
Il director si aggira tra di voi, funzionano solo i suoi passi e lo sguardo, non parla. Ancora non avete appreso che una delle tecniche migliori per attivare un hypnodrama è la sorpresa; non si chiede al vostro cervello sinistro di funzionare, ma allo stato di vigilanza che tuttavia lotta con un po’ di stanchezza. Poi egli parla: “Sapete…possiamo accettare di essere stanchi, si, possiamo accettarlo; del resto si è lavorato e non c’è cosa migliore che abbandonarsi ad uno stato di piacevole stanchezza –mentre le sue braccia si allargano a stiracchiarsi socchiudendo un poco gli occhi-. Anzi, possiamo perfino utilizzare questo stato –la stanchezza aggira le resistenze-…persino sfruttarlo…” viene detto che il prossimo esercizio "sfruttera" la stanchezza acquisita (!) per essere eseguito, su quella costruirà piacevolmente il suo percorso…ad occhi chiusi. In un'era dove dovremmo imparae a riciclere intelligentemente tutto, anche le risorse si prestano a questo gioco. Rilassati, voi quindi lasciate che le vostre braccia si estendano in avanti, come grandi ammortizzatori verso ostacoli fantastici ed i vostri occhi lentamente si chiudano. Camminare Ad Occhi Chiusi è il titolo dell’esperienza. Ne abbiamo parlato all’inizio di questo post, nessuno cammina nel buio, a meno che le circostanze, sfortunatamente, non glielo impongano. Ma “camminare nel buio” si presta anche alla metafora della conoscenza; chiudere l’occhio della ragione, per aprire quello dell’istinto, ed anche di questo abbiamo parlato. Evocare risorse nascoste ed in questa operazione ora la stanchezza può aiutare. Se conosci il luogo, lo hai già abitato, se procedi lentamente, se tra la punta del tuo naso e le cose di fuori –ed ad occhi aperti non sempre ne abbiamo!- vi è la distanza ragionevole e prudente delle tue braccia distese, non puoi pericolare alcun incontro minaccioso, nessuno scontro fatale…eppure. Eppure non è così; se si è molto abituati al “controllo” del mondo il lasciarsi andare, anche in un ambiente protetto sollecita ansia, più simbolica che realistica. Incontrarsi con essa e scendere a patti è il significato dell’esperienza proposta. Ora…le vostre esperienze, “naviganti”…

martedì 16 settembre 2008

Myrtillocactus Geometrizans


"Quando nominiamo la ‘psiche' evochiamo simbolicamente l'oscurità, la più fitta che possiamo immaginare"
Carl Gustav Jung

L’illusione è quanto pensavamo credibile, augurabile, possibile nell’atto del disilluderci. Essa possiede la verità della negazione soltanto quando si disvela tale; prima, appunto, come dice Nina, quel “muto sentore d’implacabile verità”, che forse già ci accompagna –meno muto, ovvero meno nascosto- quando quell’attesa sta già per tradirci e lo avvertiamo.
Nel teatro, la profezia è già disvelata; lì, scarna di dolore perché già decisa, se tu non glielo dai, è attaccata al personaggio, ed egli ti chiede supplichevole il miracolo del “come se…” -come un medium intercedente da parte dell’autore- di essere interpretato, di dare svolgimento a quanto di scoperta, dolorosa o d’amore. Il medodo, Stanislavskij od altro, il percorso attoriale ti aiuta in questo paradigma della finzione scenica; prende le tue corde, tra affetto e sentimento e ti fa suonare quel drama, lo usa come un gigantesco specchio dove far riflettere il dolore dell’uomo e quindi la speranza della salvezza da esso. Lo spettatore non soddisfa i suoi occhi, le ghiandole lacrimali o soltanto le contrazioni diaframmatiche utili al sorriso; è il suo inconscio a riattualizzare dentro e fuori la compagnia di vicende simili, ricostituendo ancora per magia la simbiosi duale con il “materno”, il “paterno”, il luogo familiare dove non si è soli.
Nel processo drammaterapico accade questo e qualcosa di anche diverso: il "dramma" vuole attraversarti, che si risvegli più o meno silenziosamente la tua storia, si solleciti la dialettica con un autobiografia invisibile, del possibile-altro dentro di te, riaprendo il ventaglio delle opzioni. In tal senso, ad ogni passo, la “profezia” –come la storia dovrebbe andare a finire, per dirla volgarmente- rischia -essa sì!- il tradimento, il sovvertimento degli affetti e delle idee conosciute. Ad accompagnarti nell’"Ade", il regista, i compagni di cordata, forse speleologi peggiori di te; ma è la loro motivazione, come la tua, ad essere bussola in questo viaggio. Nella peggiore delle ipotesi, se catarsi non avviene, quel processo ti mette in profonda discussione: il dialogo degli opposti approda a lidi nuovi, inusitati se all’usato” ti spingeva la parte. Perché questo avvenga, perché quel fiore del Miyrtillocactus Geometrizans possa nascere, lungo il fusto spinoso -perché imprevedibile- del suo verde “cinico” e schivo alla “bellezza” formale, serve la tua autenticità. Essa nasce dalla disperazione-senza-pianto -"distanza estetica" dal drama- di perdere ogni “stampella”, da quel nudo atto di auto-penetrazione -Grotowsky- che ti chiarisce e ti fa visibile nella tua fragilità, a te stesso ed agli altri, senza peccato. Un processo silenzioso che si sostituisce a quello altrettanto “muto” dell’illusione. E' lì che puoi usare e credere nell'aiuto della centralità del tuo "ruolo" nella parte, lungo l'asse che sciamanicamente ti situa tra terra e cielo a renderti responsabile della tua storia e delle sue possibilità. In mezzo a strade già tracciate, belle, brutte, grandi o strette, ora vi è la Tua e questo è "ri-nascita".
Foto: "Myrtillocactus Geometrizans"

domenica 7 settembre 2008

...you need to reconnect!

Cara "quasi Compagnia", caro Atelier,
venerdì scorso abbiamo ricominciato a lavorare e questo sappiamo che significa qualcosa che va oltre gli incontri ufficiali, tra le pieghe non visibili degli incontri del nostro "mondo". Se un bambino "straniero" era quello che ci guardava qui sotto, nel precedente post -straniero come a noi stessi è spesso la nostra realtà più profonda-, se abbiamo parlato ancora di autenticità e "centralità" -non ti preoccupare Plinio, torneremo sul concetto moltissime volte...-, se qualche umida commozione è stata ancora "tollerabile" in un setting che psicoterapico non è, ma tuttavia aperto allo scambio ed alla condivisione (mi si comprenda!), è ancora un "bambino" che vi propongo e questa volta in lingua straniera...perchè fatichiate, vi alleniate a quell'attenzione che spesso cade paurosamente nella vertigine più paurosa del nulla...E vi chiederò, sempre in lingua straniera (chi ne è alieno chieda a Neko un aiutino!), chi sia....cosa stia facendo, dove stia andando, quali i suoi pensieri e timori, prospettive e scrupoli, progetti e direzioni. Ma gà...ora che ci penso....se vi chiedo tutto qui...poi non vi sforzerete di comprenderlo dopo...! Bene...s'inizia. La mia idea, ma soltanto la mia, che egli assomigli un poco al nostro gruppo ed alla sua prossima strada? E' una scena realistica, è vero, ma anche resa in forma di fumetto...perchè egli è in bilico, prezioso, tra la fantasia ed il mondo reale. Del resto è solo un fotogramma...Beh diamogli forza. Vs. director

You asked me to help you discover your skills and abilities; that's the reason you partecipate this community as well as increasing your creativity.
Now, give your attention to me. Take a look at the photo below and let your imagination to drive you, trust your fantasy!

Who is that child?

What he is doing?

Where he is going?

What about his mood?

Do you remember, as a child, daydreaming? Imagining what you would do when you grew up, what you would do when school was out for the summer, what you would get for birthday gifts, etc? Well, as an actor, it is important for you to reconnect with that skill of imagination and imagining. Cause you are planning to use "drama" as "write fiction" in the action, it is especially important. To reconnect with this skill begin to do things that will help you reconnect with this ability. Plan a vacation, build a home, refurnish your current office or home, pretend you are going to buy a car. There are many ways to get your imagination restimulated so have fun and do this as often as possible each day. Be sure you get your regular activities completed as this can be so much fun you might want to really get into the project. An easy way to get the pictures to begin to flow more quickly is to imagine what is behind a simple scene, a photo or also an idea surfing your mind! Then in your mind it will be easier to create more pictures, different possibilities, other choices. Next, begin to plan for a short story you will write, about the subject you've imagined. As you create every part of the story, write it down so you will get used to capturing the creative flow from your imagination.

Where that little boy is going?

Foto: Dramatherapy & Childhood

giovedì 28 agosto 2008

"...ho abilità che conosco o non conosco?"


Wallace Delois Wattles (1860 – 1911) scrive: “Le speciali facoltà usate nel nostro lavoro sono gli strumenti a nostra disposizione, ma il successo non dipende solo dall'avere o meno buoni strumenti; dipende più che altro dal potere di usare tali strumenti. Assicuriamoci che i nostri strumenti non siano solo i migliori, ma siano anche tenuti nelle migliori condizioni; possiamo coltivare ogni facoltà per ottenere tutto ciò che desideriamo”.

Spesso il motore che si cela dietro la apparente ovvietà di certe asserzioni, ci è vietato. Eppure siamo costantemente tentati di "archiviare" come ovvi molti contenuti. Però avviene che nell'ampio e polveroso archivio del "conosciuto, saputo", le piccole eppure importanti verità che riguardano il nostro funzionamento più profondo vengono spogliate dell'"attualità", presupposto fondamentale perchè poi possiamo utilizzare qualche cosa...se volete è quell'incosciente inerzia, propria dell'animale che si situa indietro nella scala evolutiva -eppure utile a lui nel processo di adattamento-, che ci porta a "giocare" solo con le cose che abbiamo davanti; e quindi un nuovo accesso a quell'archivio ci è negato.
Riepilogo il passaggio: 1) è ovvio che non bastino gli strumenti o le abilità (tools and skills) ad assicurare il successo in qualcosa, ma servano le condizioni ideali perchè io possa usarle; 2) da wuel momento in poi quell'asserzione viene archiviata in "reparti" polverosi della mente, isolati da quanto in memoria recente invece servirebbe all'utilizzo del dato, al tentativo di processarlo diversamente. Del resto ciò che è ovvio non necessità di ulteriori approfondimenti, è un dato esperenziale stratificato che si sottrae più facilmente all'esperienza. I nostri giudizi frettolosi, i luoghi comuni, l'immortalato tribunale della verità, della bellezza, del giusto, potente, grande, ricco, ci separa dal contatto intimo (= solo nostro)con le cose ed il loro senso per noi, preferendo la catalogazione massificante del giudizio mercantile. Sappiamo che le parole si vendono e si comprano. E tutto si consuma troppo velocemente per essere compreso, ri-considerato. Quale potrebbe essere invece un differente approccio? Quello di farsi domande, evitando di tenere in primo piano solo le risposte più immediate.

"Ho delle abilità che conosco e che non conosco?
Le sto utilizzando appieno?
Vi sono condizioni che posso riconoscere come intralcio alla loro espressione?
Potrei rimuovere questi ostacoli?
Lo desidero?
Comincio!
"

Tutto questo, se è qui che ne stiamo discutendo, può ragionevolmente essere applicato anche al lavoro attoriale, un percorso di continua, intensa ed anche sfumata, sperimentazione che è aiutato dall'allenamento. I momenti di intensa partecipazione al lavoro della compagnia, agli esercizi propedeutici il setting drammaterapico, hanno infatti la silenziosa complicità di quel luogo invisibile dove continuamente il nostro inconscio lavora esperienze, idee ed affetti; tutto quello che si è appreso, dove abbiamo fallito o raggiunto un risultato, comunque. Qui inizia il percorso della scoperta, che è enormemente aiutato dalla motivazione-disciplina insieme. Senza alcun esercizio dell'intenzionalità, della volizione, della ripetizione, il successo si situa solo nell'area della fortuna, del miracolo, della casualità!

Ho abilità che conosco o non conosco?
Ecco...ora voglio scoprirlo!


Ancora, a proposito di Delois Wattles Wallace, come ricorda sua figlia Florence: “Mio padre scriveva quasi costantemente. E quando non scriveva, attraverso una tecnica di visualizzazione creativa si formava un’immagine di sé come scrittore di successo, immagine che lui riteneva essenziale al raggiungimento effettivo del suo scopo. La cosa bella di mio padre è che viveva realmente ogni pagina che scriveva. La sua fu davvero una vita di potere”.
Siamo tutti ansiosi di re-iniziare!
Director

Foto: Delois Wattles Wallace

mercoledì 11 giugno 2008

la mappa non è il territorio


@ da Antonio Ianni -Irlanda-

dopo aver letto @ Dedalo, ho riflettuto ed ho avuto la conferma di come la “vita e proprio la vita stessa” è per noi tutti un fattore RELATIVO. Sono felice per Dedalo che grazie a questa esperienza ha scoperto: “che di direzioni e strade ce ne sono tante...”

Mi rifaccio ad una frase detta e ridetta:
“tutte le strade portano a Roma”. Ed io vi chiedo:
“allora basta prendere una strada per arrivare a Roma?...tanto prima o poi si ci arriva!?
Ed io vi rispondo: “no non basta!”
Sicuramente questo detto è nato duemila anni fa, quando Roma dominava il mondo allora conosciuto!
Pensate ad un mondo senza internet ad un mondo senza cellulari e senza satelliti, ad un mondo senza i mass-media; eppure dall’Asia, Dalla Scandinavia, dal Medio Oriente i popoli venivano attratti ad andare a Roma!
Questi popoli erano gente che sapeva ascoltare le storie raccontate dai soldati e dai cittadini di Roma e sapevano ripeterle alle loro nuove generazioni ed a popoli e tribu a loro confinanti.
Pochi di questi sono arrivati a Roma; pochi di questi l’hanno vista!
Roma non era una citta’ Roma era un Impero!
Allora perche i popoli del Medio Oriente -tanto per citarne una- non godevano dell'allora civile “Roma citta”.?
“Roma citta” era la sicurezza, il luogo dove le guerre non avvenivano; era il luogo del benessere dell’ingegneria dell’architettura dell’arte; era il bel mondo!

Ed ecco Dedalo che tu, durante la partecipazione teatrale, anche grazie all’aiuto degli altri partecipanti -i soldati-, sei diventato cittadino di “Roma Citta”: goditi le bellezze della tua citta!
E si vero che “la vita e’ proprio la vita stessa” ma ricorda che va integrata “alla vita stessa di chi ti circonda” di chi ti ha reso cittadino di “Roma Citta”; esporta questa esperienza della domenica dell 8 maggio 2008 sui marciapiedi, dentro i locali e creati nuove conoscenze -i soldati- che ti potranno servire a costruire le tue vie e cosi il tuo piccolo Impero e dai una risposta a queste domande prima d incamminarti!
I. Perche andare a Roma?
II. La conoscete la dritta via?
III. Con che mezzi pensate di raggiungerla?
IV. Cosa vi aspettate da Roma?
E BUON VIAGGIO!

@ da Director

Caro Antonio, eh sì…bisogna godersela la terra conquistata – per carità, mai sottratta all’altro!- che sia un territorio che finalmente diviene la tua mappa, che sia una mappa per un pò tempo dimenticata. Il territorio non sarà mai una mappa -Alfred Korzybski-, ma perchè lo diventi, con la consapevolezza di essere solo la tua, non quella di tutti, bisogna un poco rischiare e mettersi in gioco. Ma “la maggior parte degli uomini non vuole nuotare prima di saper nuotare” -Hermann Hesse- e questo è un guaio!

ordinary life

Dedalo -e ove fruibile a tutta la compagnia-,
mi compiaccio che tu abbia messo a disposizione di tutti la tua personale esperienza; essa sicuramente stimola e a confronti interni e privati per il resto della banda! Certamente silenziosi, sicuramente privati, a volte ostentatamente disimpegnati. Il fatto più importante è però questo tuo aver riscontrato come quanto accade nel processo drammaterapico si sposti, in barba a tempo e spazio, a coinvolgere riflessioni ed accadimenti della vita di tutti i giorni. Parliamone un pò...

Quando questo occorre, ad esempio nel contesto di una terapia analitica, lo si indica con il termine di “contesto adattivo”; una sorta di estensione di quanto avviene nel setting psicoanalitico oltre le sue quinte, nella vita del soggetto, tra un incontro e l’altro. Può riguardare un sogno appena raccontato, interpretato o meno dall’analista, che ricorre una volta ancora – o meglio…una notte ancora- e fa visita alla persona con altri contributi. Ho fatto questo esempio, riferendomi ad un setting terapeutico, perché anche il nostro processo drammaterapico, pur non svolgendosi con intenzioni “terapeutiche” propriamente dette, ma mirando alle risorse dell’individuo, è sensibile ad allargare i suoi spazi di laboratorio al vero ed importante laboratorio della nostra esperienza che è l’ ordinary life: “E’ chiaro che è fondamentale vivere la vita, uscire di casa, guardarsi intorno, incontrare altre persone, perché poi una maestra mirabile e insostituibile di vita è proprio la vita stessa". Anche qui, dove stiamo scrivendo, e come ho già indicato, lo spazio virtuale si presta ad accogliere e processare quanto facciamo.
Tu descrivi in modo estremamente chiaro il “lasciarsi andare, senza forzare…" il processo in atto: “Si è trattato quasi sempre di idee che hanno stimolato l’apertura a nuove possibilità e l’ampliamento dei modi di agire e reagire rispetto alle situazioni della vita, situazioni che magari ci fanno sentire “costretti” in comportamenti che sentiamo pesanti eppure inevitabili. Il messaggio che ho colto dalle nostre attività è stato per me primariamente un invito alla libertà di essere quello che vorremmo essere, o meglio, che abbiamo e siamo dentro”. Quindi trasmetti l’idea che a tentare di farlo, si è premiati, ti sei trovato premiato. Accade, perché è quello che desideriamo.

Pensa a quanto ho appena detto; un’espressione estremamente semplice, ovvia, ma che in fondo nasconde un aspetto tanto interessante, quanto semplice! In uno dei precedenti post accennai al processo intenzionale, che precede ogni azione volontaria; ma in effetti non tutte le nostre azioni ed accadimenti psichici hanno una esplicita intenzionalità. Ed è anche con quella che dobbiamo avere a che fare, se vogliamo comprendere che spesso…pure il solo “desiderare”, “aspettarsi che…”, dischiude porte silenziose a comportamenti ed eventi “imprevedibili”, ma ricercati. Non sempre, infatti, si è in grado di “lasciarsi andare”; ma se poi noi intendiamo questo come “l’aspirazione a che accada qualcosa”, una sorta di solo apparentemente passiva attesa…beh qualcosa dentro comincia a lavorare! Questo al posto del “pigro” ed iterato meccanismo di “rassegnazione” con il quale ci accorgiamo di assistere alle nostre difficolta’, lì ratificandole e facendone un elemento di futuro pregiudizio. Questa “aspettativa” positiva, invece, che non è “azione”, né attiva ricerca delle risposte, persino consapevole della nostra difficoltà, lavora infatti internamente, dislocando energie inusitate, disimpegna dai "sensi di colpa" celati, dove magari l’impegno attivo si sarebbe scontrato con i muri delle nostre pregiudiziali: "Uno sguardo interiore che è sia causa che effetto di sé stesso, che rende sia artefici che vittime”. Milton Erickson, in alcuni casi - ove vi sia una positiva trasformazione dello stato di coscienza- indica come gancio conscio-inconscio, un consapevole ed umile pescaggio nello scatolone in soffitta o in cantina, attivato dalla sincera voglia di “migliorare”, “trovare”, “lasciarsi andare”. Il lavoro del nostro inconscio non segue le regole razionali dell’Io, che è troppo impegnato nell’esame della realtà, ma è discontinuo, procede per salti, è inaspettato…ma poi ti soprende…

Foto: foto di scena, Dedalo e Cheeky "preparazione del fissatigre", primo atto da "il fissatigre", piece drammaterapica, maggio 2008

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

COMUNICATI STAMPA