@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

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giovedì 23 ottobre 2008

Dramatherapy- Reasons To Love: Because I Loved You (2nd Part)


BECAUSE I LOVED YOU
Commento Sonoro:
BRAHMS: INTERMEZZO IN A MAJOR,op.N 1

E poi… io vedo tutti i perché delle cose che hanno attirato dapprima la nostra attenzione e poi mi hanno spinto ad amare oggetti, pensieri e soprattutto persone. La giostra della vita che ci chiesto magicamente di essere amata e noi lì, come bimbi trasognati a cercare di farlo, maldestramente, con successo, ma sempre convinti di volerlo. Il brano di Brahms ci parla, senza che noi stessi forse ne sappiamo il motivo –giacchè sono io stesso a suggerirlo!-, sui perché che invece fanno “amabile” ai nostri occhi il mondo; le ragioni per cui lo abbiamo incontrato in noi, nel nostro spazio privato e dove abbiamo amato. Non un testo a raccontarlo ma l’emozione del suono. Mi convinco sempre più che in qualcosa noi non cambieremo mai, forse tra mille indecisioni, vorremo però sempre selezionare bene le cose a cui dedicarci, come diceva una persona importante che non ricordo…”farò le cose buone ogni volta che potrò, quelle non buone se non potrò farne proprio a meno, ma comunque vorrò sempre sapere cosa sto facendo”. Una strada che percorreremo da soli, con i compagni di viaggio che vorremo avere…una foglia, un rumore, uno sguardo.
E se il processo diventa Tornado?

Le foto a didascalia di queste righe appartengono al giugno 2007, campagna toscana, in pieno lavoro Atelier; si recitava "Sonia: il Resto Della Mia Vita". Pochi attimi dopo avere scattato la prima, rapidamente, mentre tutto si stava paurosamente oscurando, mi sono trovato nell'occhio di una tromba d'aria. Solo la campagna sembrava pacifica assicurare "anche questo passerà": "thaes ofereode; thisses swa maej" ci soffia piano dalla terra scozzese Slesia. Glielo ho lasciato suggerire ed allora ogni cosa è rimasta ferma intorno od ero io ad essere in moto vorticoso ed il mondo immobile? Avevo ragione, scappando sarei finito nel vortice, forse pericoloso (?), non sapendo davvero più se fossi io o il mondo a muoversi intorno a me e perdendo comunque il senso di questa domanda.

Foto: "Campagna Dopo Il Tornado", di E. Gioacchini, 2007

martedì 21 ottobre 2008

Dramatherapy - "Reasons To Love", 1st Part


Commento sonoro: BEETHOVEN: "MOONLIGHT" SONATA

Cechov ed il “drama” dentro a “Il Gabbiano” -nella misura in cui ha messo “in atto” le nostre tematiche- ci ha sconvolto! E’ realmente “romantica” l’idea che a tratti si sia fuggiti da quanto di "antipatico" emergeva dal vissuto di un protagonista/personaggio o, ancora più ingenuo, che qualcosa di quello "proprio non ci si addicesse". Come non pensare che le fughe possiedono un dietro che spinge, molto più che un avanti che attrae. Il processo drammaterapico, invece, sottolinea proprio questo, che nell’analisi di quel “dietro”, si commutino le energie in conoscenza verso quell’avanti. E’ importante che faccia a questo punto del nostro percorso questa riflessione, perché la si possa utilizzare; infatti, lo stesso concetto di “processo” suggerisce che periodiche meta-analisi di quanto accade, pur utilizzando lo stesso strumento -lo statuto della drammaterapia in questo caso- portino a ulteriori comprensioni.
Il debito della conoscenza, sempre, è fatto dalla coscienza che assenza e presenza, comunque, siano stimoli al percorso. Se si perde, ci si smarrisce, ci si ferma…la ricerca del senso –più compiutamente sviluppata nel precedente post-, è sempre possibile; gli errori, in tal senso debbono essere interpretati come "prove d'autore" che tendono ovviamente ad assicurare la "prima"! La conoscenza pacifica anche le incertezze, i dolori e le delusioni.
Usualmente gli individui sono più portati a pensare le ragioni che fanno amare le cose e le altre persone, quello che della realtà colpisce, attrae, rapisce…ma in questo caso mia intenzione è sottolineare nel discorso le ragioni per le quali noi vogliamo essere colti come “amabili”; quelle per le quali vogliamo sentirci adatti: se è una cosa, alludiamo alle abilità che desidereremmo scoprire; se si tratta di una persona al desiderio di essere “scoperti” da lei. Ma cosa poi facciamo perché questo avvenga, così troppo impegnati ad osservare che”non sta avvenendo”?
Il nostro destino sino ad oggi ha attraversato esperienze personali che solo in una parte appartengono all’esperienza dell’altro, anche se questi è stato compagno del nostro viaggio, ad osservarle, a volte subirle e -perché nò?!- a condividerle. Vedete, guardando il nostro passato, osserviamo molte cose che non vanno, anzi moltissime che non sono andate come avremmo voluto; che sono fuggite velocemente via da noi –o noi da loro?- con l’ignoranza dei giorni e la velocità del quotidiano, che non ci hanno dato il tempo di capire o capire in tempo e cambiare perfino a volte. Però vi sono cose, anche quelle buone, che ci appartengono e alle quali non potremmo mai rinunciare, che parlano insieme sicuramente della nostra fatica e comunque io le chiamo le “ragioni per amare”. Quelle cose in cui io sono io e voglio essere amato/a per quello che sono, qualunque vicende mi abbiano attraversato, forse persino con qualche difetto, che però solo me stesso o l’amore può rendere in modo diverso. Non potrò essere amato da chiunque per come sono, sono stato e mi trasformo, ma sicuramente non vorrei che nessuno facesse la selezione su cosa amare o meno di me.
Sto dicendo che dovremmo imparare ad accettare con tranquillità anche i nostri errori passati, ad amarli, pur cambiando, perchè sono noi, la nostra storia.
Le vicende di un personaggio, sono lui. Ed è quel "lui" che si richiede possa attraversare l’interprete, nell’incontro curioso e stridente con l’alienità; il perverso ed intrigante gioco dell’identificazione, il potente e strategico processo della comprensione di noi stessi. E’ questo il teatro della drammaterapia, quello che riconduce, come più volte ho detto, al’umiltà dell’impotenza, alla forza del non sapere A quel punto, il processo condiviso ti fa sentire accettato dagli altri ed il gioco della proiezione diventa fertile allenamento al potere sulla realtà. Per questo Kostia rimane in bilico senza mai precipitare, ad onta del "romanzo" di Cechov, perchè il lettore, l'interprete ha un grande potere; deve solo decidere di volerlo usare.

Foto: "Campagna Prima Del Tornado" di E. Gioacchini, 2007

lunedì 6 ottobre 2008

Dramatherapy, The Sea Gull, Anton Pavlovic Checov: Kostantin Gavrilovie Trepliev versus Irin Nikolaevnia Arkadina

Treplev su-alla madre (Irin Nikolaevnia Arkadina)
1527 parole
(7-658 caratteri, spazi esclusi)

I ATTO

(Alla domanda delo zio Sorin sul perchè sua sorella sia dicattivo umore) Perché? Si annoia. (Sedendoglisi accanto). È gelosa. Ormai è contro di me, contro lo spettacolo, contro la mia commedia perché al suo letterato potrebbe piacere la Zareènaja. Lei non conosce la mia commedia, ma la odia di già.

Le fa rabbia che su questa piccola scena avrà successo la Zareènaja e non lei. (Guarda l'orologio)... una rarità psicologica, mia madre. È indubbiamente ricca di talento, intelligente, capace di singhiozzare su un volumetto, di impararti a memoria tutto Nekrasov, di curare i malati come un angelo; ma provati a lodare in sua presenza la Duse! Oh-oh! Lei sola è da elogiare, solo di lei si deve scrivere, per lei bisogna urlare, andare in delirio per l'eccezionale interpretazione della Dame aux camélias o della Voluttà della vita. Ma poiché qui, in campagna, questo narcotico non esiste, lei si annoia, si infuria, noi tutti siamo suoi nemici, tutti colpevoli. Inoltre è superstiziosa, ha paura delle tre candele, del numero tredici. È avara. Odessa ha settantamila rubli in banca, lo so per certo. Prova a chiederle un prestito, si mette a piangere.

(strappando i petali da un fiore)
M'ama, non m'ama - m'ama, non m'ama - m'ama, non m'ama. (Ride). Vedi, mia madre non mi ama. Altro che! Le piace vivere, amare, portare camicette chiare, e io ho già venticinque anni e non faccio che ricordarle che non è più giovane. Quando io non ci sono lei non ha che trentadue anni, se arrivo io diventano quarantatré, e per questo mi odia. Sa anche che io non accetto il teatro. Lei il teatro lo ama, le sembra di compiere un servizio per l'umanità, per la sacra arte; per me invece il teatro contemporaneo è una routine, un pregiudizio. Quando si alza il sipario e, alla luce della sera, in quella camera con tre pareti questi grandiosi talenti, questi sacerdoti della sacra arte rappresentano gli uomini intenti a mangiare, bere, amare, camminare, a portare la propria giacca; quando da quadri e frasi grossolane si sforzano di trarre una morale, una morale meschina, comprensibile a tutti, utile agli usi quotidiani; quando in mille varianti mi ripropongono la stessa cosa, la stessa, la stessa; allora io scappo, scappo come Maupassant scappava dalla torre Eiffel, che gli offuscava il cervello con la sua volgarità.

Sono necessarie forme nuove. Nuove forme sono necessarie, e se queste mancano, allora è meglio che niente sia necessario. (Guarda l'orologio). Io amo mia madre, profondamente; ma lei fuma, beve, convive agli occhi di tutti con quel letterato, i giornali tirano sempre in ballo il suo nome, e questo mi disturba. Talvolta in me è solo l'egoismo di un comune mortale che parla; mi dispiace che mia madre sia un'attrice famosa e mi pare che se fosse, una donna comune, io sarei più felice. Zio, cosa c'è di più disperato e stupido della mia situazione: per esempio, aveva ospiti, tutti illustrissimi, artisti e scrittori, e in mezzo a quelli l'unica nullità ero io, e mi sopportavano solo perché ero suo figlio. Chi sono? Che cosa sono? Ho lasciato l'università al terzo anno, per circostanze, come si suol dire, indipendente dalla redazione. Non ho talento, né denaro, neanche un centesimo, ma dal passaporto risulto un borghese di Kiev. Mio padre si, era un borghese di Kiev, per quanto fosse anche un attore famoso. E quando nel salotto di mia madre quegli artisti e scrittori mi degnavano della loro magnanima attenzione, a me sembrava che con i loro sguardi misurassero la mia pochezza, e indovinavo i loro pensieri e soffrivo per l'umiliazione... accanto). È gelosa. Ormai è contro di me, contro lo spettacolo, contro la mia commedia perché al suo letterato potrebbe piacere la Zareènaja. Lei non conosce la mia commedia, ma la odia di già.

Le fa rabbia che su questa piccola scena avrà successo la Zareènaja e non lei. (Guarda l'orologio)... una rarità psicologica, mia madre. È indubbiamente ricca di talento, intelligente, capace di singhiozzare su un volumetto, di impararti a memoria tutto Nekrasov, di curare i malati come un angelo; ma provati a lodare in sua presenza la Duse! Oh-oh! Lei sola è da elogiare, solo di lei si deve scrivere, per lei bisogna urlare, andare in delirio per l'eccezionale interpretazione della Dame aux camélias o della Voluttà della vita. Ma poiché qui, in campagna, questo narcotico non esiste, lei si annoia, si infuria, noi tutti siamo suoi nemici, tutti colpevoli. Inoltre è superstiziosa, ha paura delle tre candele, del numero tredici. È avara. Odessa ha settantamila rubli in banca, lo so per certo. Prova a chiederle un prestito, si mette a piangere.

M'ama, non m'ama - m'ama, non m'ama - m'ama, non m'ama. (Ride). Vedi, mia madre non mi ama. Altro che! Le piace vivere, amare, portare camicette chiare, e io ho già venticinque anni e non faccio che ricordarle che non è più giovane. Quando io non ci sono lei non ha che trentadue anni, se arrivo io diventano quarantatré, e per questo mi odia. Sa anche che io non accetto il teatro. Lei il teatro lo ama, le sembra di compiere un servizio per l'umanità, per la sacra arte; per me invece il teatro contemporaneo è una routine, un pregiudizio. Quando si alza il sipario e, alla luce della sera, in quella camera con tre pareti questi grandiosi talenti, questi sacerdoti della sacra arte rappresentano gli uomini intenti a mangiare, bere, amare, camminare, a portare la propria giacca; quando da quadri e frasi grossolane si sforzano di trarre una morale, una morale meschina, comprensibile a tutti, utile agli usi quotidiani; quando in mille varianti mi ripropongono la stessa cosa, la stessa, la stessa; allora io scappo, scappo come Maupassant scappava dalla torre Eiffel, che gli offuscava il cervello con la sua volgarità.

Figlio mio caro, quando si comincia?

"E perché tu sei sprofondata nel vizio, hai cercato amore nell'abisso del delitto?".

Mamma!

No.

Mamma!

II ATTO

III ATTO

Non ti spaventare, mamma, non c'è pericolo. Allo zio ormai succede spesso. (Allo zio).Dovresti stare un po' coricato, zio.

(riferendosi al malore dello zio Sorin) Non gli fa bene vivere in campagna. Gli viene la malinconia. Vedi, mamma, se tu all'improvviso diventassi tanto generosa da fargli un prestito di millecinquecento, duemila rubli, potrebbe starsene in città tutto l'anno.

Mamma, cambiami la fasciatura. Tu lo sai fare bene.

No, mamma. È stato un momento di disperazione folle, in cui non sono riuscito a trattenermi. Non si ripeterà più. (Le bacia le mani).Hai le mani d'oro. Mi ricordo, tanto tempo fa, quando tu recitavi ancora sulle scene imperiali, io ero molto piccolo, in cortile si azzuffarono, picchiarono una lavandaia che abitava da noi. Ti ricordi? La raccolsero che aveva perso conoscenza... E tu andavi sempre da lei, le portavi le medicine, lavavi nella tinozza i suoi bambini. Possibile che non ti ricordi?

Due ballerine vivevano allora nella stessa casa... Venivano da te a bere il caffè...

Erano tanto devote.(Pausa) Negli ultimi tempi, in questi giorni, ti voglio bene con la stessa tenerezza e dedizione di quand'ero bambino. Oltre a te, non mi è rimasto nessuno. Ma perché, perché fra di noi si è intromesso quell'uomo.

Però quando gli hanno riferito che intendevo sfidarlo a duello, la sua nobiltà non gli ha impedito di far la parte del vigliacco. Parte. Che fuga vergognosa!

Io rispetto la tua libertà, ma anche tu devi permettere a me di essere libero e di avere con quell'uomo il rapporto che credo. Un'anima nobile! Ecco, tu ed io stiamo per litigare a causa sua, e lui intanto chissà dove, in salotto o in giardino, se la ride di me e di te, si sta coltivando Nina, cerca di convincerla una volta per tutte che lui è un genio.

Io non lo stimo. Tu vorresti che anch'io lo ritenessi un genio, ma, mi scuserai, non so mentire, le sue opere mi danno la nausea.

I veri talenti! (Con rabbia).Io ho più talento, di voi tutti, se proprio lo vuoi sapere! (Si strappa la benda dal capo).Siete tutti vittime della routine, avete abbrancato il primato nell'arte e ritenete legge e verità soltanto ciò che fate voi, e tutto il resto lo calpestate e soffocate! Non vi riconosco! Non riconosco né te, né lui!

Va' al tuo caro teatro a recitare in commedie da quattro soldi e di bassa lega!

Spilorcia!

(Treplev si siede e piange in silenzio)

Se tu sapessi! Ho perduto tutto. Lei non mi ama, io non riesco più a scrivere... sono crollate tutte le speranze...

(le bacia le mani) Sì, mamma.

Va bene... Soltanto, mamma, permettimi di non incontrarlo. Mi peserebbe troppo... non potrei sopportarlo... (Entra Trigorin).Ecco... me ne vado... (Ripone velocemente le medicine nell'armadietto).La fasciatura me la rifarà il dottore...

IV ATTO

Ha letto la sua novella, ma della mia non ha neanche tagliato le pagine. (Appoggia la rivista sulla scrivania, poi si dirige verso la porta di sinistra; passando accanto alla madre, la bacia sulla testa).

Scusami, non ne ho molta voglia... Passeggerò un poco. (Esce).

Non voglio, mamma, sono sazio.

Non sarebbe bene se qualcuno la incontrasse in giardino e poi lo dicesse alla mamma. La mamma ne proverebbe dispiacere... (riferendosi ad uno scongiurabile incontro tra Nina e l’Arkadina)

(A destra, fuori scena, un colpo di rivoltella; tutti sussultano)


Tratto da Il Gabbiano di Anton Pavlovic Cechov
Foto: "Dramatherapy, Chekhov and His Family"

sabato 4 ottobre 2008

Dramatherapy, Cechov, The Sea Gull,: Irin Nikolaevna Arkadina versus Kostantin Gavriloviè Treplev


Irin Nikolaevna Arkadina su-al figlio (Treplev)
697 parole
(3.398 caratteri, spazi esclusi)

I ATTO

Figlio mio caro, quando si comincia?

"Amleto, basta. Mi rivolti gli occhi dentro l'anima, e vedo macchie nere, abbarbicate, che
non andranno più via
"

Figlio mio caro C'è odore di zolfo. Non se ne poteva fare a meno?

· Che gli è preso?

· Ma che cosa gli ho detto?

Ma è stato lui ad avvertirci che sarebbe stato uno scherzo, e io la sua commedia l'ho presa
come uno scherzo.

· Ma è decadentismo.

Adesso verrà fuori che ha scritto un'opera grandiosa! Ditemelo, per favore! Ha allestito
questo spettacolo e ci ha appestati con lo zolfo non per scherzo, ma per dimostrare
qualcosa... Ci voleva insegnare come si deve scrivere e che cosa bisogna recitare. In fin dei
conti è una bella noia. Queste continue allusioni nei miei riguardi, queste punzecchiature,
concedetemi, infastidirebbero chiunque! E un ragazzo capriccioso, presuntuoso.

Davvero? Però non ha scelto una qualsiasi commedia, ma ci ha costretto ad ascoltare
questo delirio decadente. Per amor dello scherzo sono pronta anche ad ascoltare un delirio,
ma qui ci sono pretese di forme nuove, di una nuova era nell'arte. Secondo me qui non si
parla di forme nuove, ma solo di cattivo carattere.

Scriva pure come vuole e come può, soltanto mi lasci in pace.
Però comincio ad avere dei rimorsi di coscienza. Perchè ho offeso il mio povero ragazzo?
Sono in ansia. (Ad alta voce).Kostja! Figliolo! Kostja! Non volevo offenderlo

II ATTO

Ho l'anima inquieta. Ditemi, che sta succedendo a mio figlio? Perché è così malinconico e
brusco? Passa giorni interi sul lago, e io non lo vedo quasi più.

III ATTO

(rivolta a Sorin) Bada a mio figlio. Abbi cura di lui. Consiglialo. Ecco, me ne vado senza
sapere perché Konstantin ha tentato di uccidersi. Penso che la causa principale sia stata la
gelosia, e prima porterò via da qui Trigorin, tanto meglio sarà.

Quanti pensieri mi procura! (Soprappensiero). Se si trovasse un impiego, che so...
Quanti pensieri mi procura! (Soprappensiero). Se si trovasse un impiego, che so...Se avessi
io del denaro, gliene darei io stesso, si capisce, ma non ho nulla, neanche un soldo. (Ride)…

(omissis) Ebbene, io il denaro ce l'ho, ma sono un'artista; le sole toilettes mi dissanguano.

Siediti. (Gli toglie la benda dal capo). È come se avessi un turbante. Ieri un passante ha
chiesto in cucina di che nazionalità sei. Si è cicatrizzata quasi del tutto. È rimasta solo
qualche traccia. (Gli bacia il capo). Non è che senza di me farai di nuovo cik-cik?

(in risposta a Kostja che ha parole di disprezzo per Trigorin) Che sciocchezza! Io stessa l'ho
portato via. La nostra intimità non può certo piacerti, ma tu sei intelligente e aperto, ed io
ho il diritto di pretendere che tu rispetti la mia libertà.

Ci provi un gran gusto a dirmi cose spiacevoli. Io stimo quell'uomo e chiedo che in mia
presenza non si parli male di lui.

È solo invidia. Alle persone prive di talento ma piene di pretese, non resta altro che
biasimare i veri talenti. Non c'è che dire, è una bella consolazione!

Decadente!...

Lasciami in pace! Tu non sei neppure in grado di scrivere uno squallido vaudeville.
Borghesuccio di Kiev! Parassita!

Pezzente!

Nullità! (Camminando avanti e indietro agitata). Non piangere. Non è il caso di piangere...
(Piange) Non si deve... (Lo bacia sulla fronte, sulle guance, sul capo). Mio bambino caro,
scusami... Scusa la tua mamma peccatrice. Perdona quest'infelice.

Non disperare... Tutto si risolverà. Io lo porterò via, lei tornerà ad amarti. (Gli asciuga le
lacrime). È tutto finito. Abbiamo fatto la pace.

Fai la pace anche con lui. Non c'è bisogno di duelli... È vero che non ce n'è bisogno?

Dov'è Konstantin? Ditegli che sto partendo. Dobbiamo salutarci. Dimenticate quel che c'è
stato di male. (A Jakov). Ho dato un rublo al cuoco, per tutti e tre.

IV ATTO

(in risposta a Dorn che elogia gli scritti di Kostja) Pensate che non l'ho ancora letto. Non ho
mai tempo.

Kostja, chiudi la finestra, c'è corrente

Kostja, lascia stare i tuoi manoscritto, andiamo a mangiare.

Cos'è stato? Uff, che paura. Mi ha fatto venire in mente, quando... (Nasconde il viso nelle
mani). Mi si è persino annebbiata la vista...


Tratto da "Il Gabbiano" di Anton Pavlovich Cechov
Foto: "Dramatherapy, Cechov"

giovedì 11 settembre 2008

..disillusione e speranza, la seconda può correggere la prima?

Disillusione e speranza, la seconda può correggere la prima?

Disilluderci...in fondo la doppia faccia del dolore e finalmente della comprensione! Se in quel sentimento riusciamo a scoprire il valore di quanto "improduttivamente" ci siamo appunto illusi -anche se si cresce attraverso sconfitte, dolore e perdita, oltre al successo, il piacere e la conquista-, vi sono buone possibilità di sperare in un "aggiustamento del tiro".
Questo sembra però vietato ai giovani e meno giovani interpreti de "il gabbiano". Stretti nelle morsa generazionale che li situa tra dolori storici, presenti e presentificati -non sapevavamo forse tutti e bene che Kostantin si sarebbe ucciso?- essi vivono speranze incaute, pericolosi tranelli, la trama esatta e venefica del "fallimento" per loro commissionato da "mister Cechov"; così urla sussurrando -non c'è niente di peggio- la Nina, la prima, nel primo atto!

Ma per noi ci sono speranze! In fondo, ma proprio in fondo ce ne sono state anche per Cechov, proprio sulla scena della sua opera ha incontrato il suo amore, la donna che sposerà e -fatemi dire con una punta di malignità!- ad onta del director, di Stanislavskij! Mie fantasie...Certamente la sua passionale anima, in difesa del "giusto", più che del patriottico, il suo indomabile idealismo e le sue paure giovanili debbono avera avuto una folata di venticello fresco e buono in quell'incontro. Peccato, però, durato assai poco.

Si, vi è più di una speranza, per noi. A un patto... Amici la vita è piena di ricatti e condizioni; che si lavori profondamente e con invenzione il processo drammaterapico. Altrimenti Cechov ci schiaccera', per troppa poca finzione, per incauta ed imprudente spontaneità. Vostro Director

sabato 21 giugno 2008

...tonnellate d'amore...-Anton Pavlovic Cechov-


21 ottobre 1895: “…scrivo non senza piacere, sebbene trasgredisca continuamente le convenzioni della scena. Una commedia, tre parti femminili, sei maschili, quattro atti, un paesaggio (la veduta di un lago) molti discorsi sulla letteratura, poca azione, tonnellate d’amore…Mi convinco sempre più di non essere un buon drammaturgo!”.
Mentre stiamo lavorando Cechov, so già che il prossimo anno le pagine di Ibsen ospiteranno anche noi…e chissà qualcun’altro.

Vi vedo a terra…a raccogliervi dalla fatica di un passaggio di danza-movimento sofferto e goduto. Si sta bene a terra, illude e procrastina scaramanticamente la tappa finale? Non credo veramente. Non solo. Riperpetua…il sogno della nascita! Del resto, pensiamoci, la qualità più importante che ci distinque dal "creato" o "sempre stato" -rispettiamo sempre tutti...- è attribuire un senso, a dispetto di una realtà che non coincide con la verità.
Ora, al mio via…sollevatevi, lentamente, perché le tracce invisibili del lavoro precedente, si collochino dove possono…lavorare... in silenzio e torniamo nel nostro laboratorio “drammatico”
…a Cechov
Maša…Maša è in bilico. Ma quale di questi personaggi non è in pericoloso e “drammatico” equilibrio per non prestarci i suoi panni? Si destina? E’ destinata? Sembra che sulle rive di quel lago la saga dell’illusorio abbia la sua apoteosi; la kermesse dell’inganno, con se stessi prima e poi con gli altri; ma anche la potenza del desiderio e la passione per una libertà negata fino dalle prime pagine. Maša è dignitosa. Cerchiamo di capirci…davvero non ci si può aspettare che Cechov pieghi la storia al suo piccolo eppure puro desiderio di amore…-dobbiamo farlo noi!-. Kostja sarà sempre irraggiungibile, se è di lui che si parla. Egli è perfino “irraggiunto” a se stesso; per dare un senso alla propria vita, è costretto a togliersela, portando al livello più drammatico quella crisi del progetto che pervade tutta l’opera. Troppo gli è stato sottratto prima. Dov’è un padre forte e coraggioso, ma anche debole ed insicuro, con il quale confrontarsi, dal quale scindersi, piuttosto che il grave costante confronto con un amore, quello materno, negato per principio -per la lusinga dell’arte- dalla vedova Treplev, Irina Nikolaevnia Arkadina.
Maša desidera essere compresa e parla della sua disillusione sull’amore sperato di Kostja con il dott. Dorn, personaggio così “amalgama” in questa opera di “disfatti” e “disfatte”. Fondamentalmente rinunce; anche se queste si travestono degli smacchi del destino. Riesce persino scherzosamente a dare iniziali dinieghi al devoto maestro –ne diventerà con-sorte, più in là-. Maša sa amare, sa perdere…e non ditemi che qualcuno di voi non ha dovuto rinunciare, forse dolorosamente, al sogno dell’amore. Non facciamo archeologia nella sua storia, che deve ancora venire, essa appare crudelmente perdente nella giostra di questa famiglia intorno alla quale ruotano personaggi simboli: Boris Alekseevie Trigorin ed il fascino del successo raggiunto; Nina con quello agognato e compresso; Semen Semenovic Medvenko…così di buon senso e luogo di raccolta dei lamenti incompresi; Petr Nicolaevic Sorin…filosoficamente ormai addormentato nelle vicende dei proprio congiunti, ma tuttavia buono e paternalisticamente osservato dalla sorella. Anche se di “teatro” si parlerà lungo tutto il percorso dei personaggi, fino a farne vera discussione dibattito nel secondo tempo, è dell’amore che stiamo parlando e travestirlo rassicura, ma fa perdere…
Dott. Dorn a Kostja: “Voi avete tratto la vostra storia dal mondo delle idee astratte. E avete fatto bene, perché un’opera d’arte deve assolutamente riflettere qualche grande pensiero. Solo quello che è serio è bello”. Il riparo all’amore che non si può avere –la madre-, a quello che non si può conquistare –Nina- ha funzionato per ora nel teatro, ma non fine alla fine del "teatro"!

Maša è da sempre vietata a Kostja, non ha fatto alcun bagno nella fonte battesimale dell’arte per poter essere vista. Piuttosto è Nina a poter avere tutti numeri del successo nel cuore di Kostja; Nina Michailovnia Zareenaja, tanto apprezzata dall’Arcadina madre –ma sapremo mai se poi è così che accade?- e dunque partito possibile per il sogno d’amore del figlio. Che triste! Bisogna dirlo…Kostja riceve due dinieghi, per il vantaggio della fama e del successo, dalle due donne -ma in fondo è una-, che avrebbe-ro potuto-dovuto amarlo…

E’ troppo! Nel progetto d’amore, quello fatto delle lettere d’amore alla propria amata –nelle quattrocento di Anton Cechov alla sua amata Olga Knipper…- , quelle silenziose o redatte dietro la corsa veloce di un prompt sullo screen, vi è il riassumere ciò che si è sperimentato o non si è avuto. Diverso è un edipo positivo appunto, che imprigiona. E’ l’abbraccio amoroso che ti riconcilia, direbbe Barthes, che qui dunque manca…
E’ troppo per qualsiasi figlio, uomo, attore e la sua depressione, sorretta negli ultimi due anni dalle stampelle finte-vere del teatro, lo destina. Egli ama il teatro come fosse suo padre. Un padre “nuovo”, come un teatro nuovo, quello vero è fantasma…e’ superato; vorrebbe finalmente che la coppia genitoriale si accorgesse di lui… Lo facesse figlio d’arte contro un destino che sembra avergli tolto tutto dall’inizio. Egli non profetizza la propria fine, quando spudoratamente -con l’isteria del ricatto forse- consegna il gabbiano morto alla sua Nina. Egli legge il destino ed arriva sino alla fine del romanzo. Non ditemi di nò! Lo vedete anche voi…a quel punto finisce l’opera. Finisce tutto. Il sorpasso non è riuscito. L’arte è rimasta imprigionata nelle briglie dell’amore e questo inespresso per un’autenticità mai condivisa. Tra nessuno ed in nessuno di questi preziosi triangoli cecoviani: Kostja-Arkadina-Nina, Nina-Arkadina-Trigorin, Maša-Kostja-Medvenko…
Arrivederci Maša... arriverderci Kostja.

"Curare Čechov con Čechov –ma il Čechov che è anche in noi, nel pur affettuoso bestiario domestico dei suoi personaggi che tanto ci riguardano, tanto ci contengono…"...così scrive poche righe più sotto il caro Plinio Perilli.
Respiriamo…anche se sulle rive di un lago, espressione di liberta’ verso il cielo preso da un gabbiano, ci sentiamo claustrofobici… E’ proprio la parte “consumata” e “spenta” di un lago che ha imprigionato affetti e negato quel volo all’uccello. E’ il nostro lavoro a poterlo liberare.


Bibliografia dott. Cechov
Cechov Platonov (dramma, 1880-1881), Racconti di Melpomene (1884), Il tabacco fa male (vaudeville, 1884), Tragico contro voglia aI canto del cigno Sulla via maestra Racconti variopinti (1886), Nel crepuscolo (1887), La steppa (1888), Ivanov (dramma, 1888), Lescij (dramma 1889), I quaderni del dottor Cechov (1891-1904), La corsia n.6 (1892), Il monaco nero (1892?), Il duello (1892), Il gabbiano (dramma, 1895), La mia vita (1895), L'isola di Sachalin (1895), I contadini (1897), Il racconto di uno sconosciuto (1898), La signora con il cagnolino (1898), Zio Vanja (1899), Tatjana Répina (dramma, 1899), Nel burrone (1900), Le Tre Sorelle (dramma, 1901), Il Giardino dei Ciliegi (1904).

Foto: foto di scena da Rodolfo, piece drammaterapica Atelier LiberaMente, Roma dicembre
2007;
"Anton Cechov ed Olga Knipper, Mosca 1901".

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

COMUNICATI STAMPA