@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

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giovedì 30 ottobre 2008

Dramatherapy: Actor's Test



Qualche tempo fa, la nostra Tigre divenne bianca e poi scappo alla vista dei curiosi ed alle seduzioni della machina fissatigre. Com’è giusto che sia. Non ci siamo più molto interessati su che fine abbia fatto, ma ha preso il volo, dopo aver lavorato a lungo dentro di noi. Anche il nostro gabbiano, Neko, deve volare…
IL tuo sogno…Sai cosa ti direbbe -forse- Jodorowsky?
Una giornata poco importa se grigia, ma un bel vento di tramontana, di quello che fa sbattere le ali, se vai controvento e ti solleva in verticale. Il tuo gabbiano ultimato nelle tue mani ed una folle corsa per farlo volare. Tu lo sosterrai per un poco sulla tua mano, poi, meravigliosamente…lui sosterrà te! Volerete.
Poi torna e dimmi, vieni a raccontarci…
A proposito dopo questa “prova d’autore”, come Sonia tanto tempo fa, questo Atelier avrà un secondo “Viaggiatore”. Guarda le foto…prendesti il volo.
Director
Foto: "Actor's Test", foto alla vigilia della piece drammaterapica "Sonia: Il Resto Della Mia Vita", Atelier LiberaMente, giugno 2007

lunedì 6 ottobre 2008

"The Seagull Summary"

I suggest this good introduction to the " The Sea Gull" for those who are approaching the piece of Chekhov

"The Seagull: Introduction." Drama for Students. Ed. Marie Rose Napierkowski. Vol. 12. Detroit: Gale, 1998. eNotes.com. January 2006. 6 October 2008.
http://www.enotes.com/seagull/.
"The Seagull Summary / Study Guide


An interesting photo of "a scene from act 3 of the theatrical production of The Seagull, "The Seagull: Scene from the Moscow Art Theater Production Picture" is reproducted at

venerdì 3 ottobre 2008

Dramatherapic Process operating in the actor: Cechov, the Sea Gull

the good enough mother’ is a reminder that parenting does not have to be perfect ... "
Bowlby J (1984)

Kostja è impulsivo senza dubbio, ma vi è anche un dolore profondo e di vecchia data ad aver dato spessore ai suoi modi e, dietro quelli, alla sua depressione. Questa è quel senso indicibile di vuoto che egli riempe di slanci idealistici, verso l’amata come verso il teatro. Lei, la madre, chiama "ozio" tutto questo, nessun altro. L’impulsività non ha una logica, può avere delle ragioni dietro, immediate e più profonde; pretesti le prime ed energetiche, inerenti la personalità, le seconde. Nessuno lo ha mai detto che Kostj è ozioso. Quindi possiamo credervi: Kostja è davvero impulsivo. Posso solo immaginare -con Cechov forse- che il gesto finale sia stato determinato dall’ultimo dolore ricevuto da Nina, ma solo perché l’ultimo di una lunga serie che si è celebrata già dentro di lui.
Quanto all’apparentamento tra Kostja e l’ozio a discapito di quello sospettabile tra madre e figlio…bisogna aver spiegato in che cosa consista quest’”apparentamento” (?); se ci si riferisce ad un “vuoto” come “parente” scomodo dentro, al posto del pieno, il parente legittimo, la madre, allora sì…apparentamento: l’assenza reclama una presenza latitante, la richiede, la urla, la sollecita finchè la lascia spegnere, si vuole spegnere. Eppure Irina Arkadina scambia lo stato depressivo del figlio per indolente ozio…si è detto.

Poi ancora…rispetto le due importanti domande che l'attore si pone:
credete sul serio che tutte le madri riescano ad essere madri perfette?
e tutti i figli generati, perfetti figli? Dov’è scritta questa regola universale: nel DNA?

Tra una madre "perfetta” ed una “sufficientemente buona” -come recita Bowlby- che costituisce per il figlio "una base sicura" -Mary Ainsworth- ne passa di differenza. Esistono errori veniali, che la vita, da ovunque provengano, riesce ad annullare nel loro effetto “maligno”; altri segnano profondamente gli individui ed anche a distanza dagli eventi, l’eco della sofferenza non passa.

Quando fai un salto –perché il sogno del volo, del frutto sul ramo più alto, della luna sempre troppo irraggiungibile, per fortuna, costituiscono un motore che parla di “vita” più che di “logica”-, c’è da sperare che il terreno sia solido, che non ceda al tuo abbandono e poi al tuo ritorno. Ecco, la terra “genitrice” possiede questa accogliente funzione di contenere e lasciar andare, generare e far crescere in distanza da lei. Se la funzione manca, la biglia, impaurita tra le luci, i suoni del flipper e le sue molle, diventa preda degli eventi; capace di “fare punti” fortuiti e rovinare nell’abisso della buca centrale. E di nuovo “in gioco con se stessi” per nuovi games…

Ma poi, più profondamente vorrei chiedere all’attore: anche se sospetto sia naturalmente difficile, ma egli…da che parte sta? Ammesso, poi, che vi sia una parte sola a raccogliere comunque le persone su questo argomento così trans-generazionale! Il commento di Nina-NINA oscilla, a volte vacilla, non si pone chiaro a indicarci cosa vuole dirci, se non asserendo e poi mitigando…troppo figlia, poca madre, troppa madre, poca figlia: il processo drammaterapico sta attraversando l’attore e ne è uscito ilrumore di fondo! E’ chiaro, carissimi, che bisognerebbe scomodare Adamo ed Eva per il peccato originale, ma bisogna pur prendere atto che il presente può cambiare, chiede implicita la nostra responsabilità, a patto almeno di aver chiaro cosa è accaduto sino aggi intorno a noi.
La Russia ha generato tanti figli come ogni epoca passata ha generato tanti figli…si è detto che anche l’assenza della televisione inducesse a generare molti figli e che la libertà sessuale è stato un automatico conseguente mezzo sociale di controllo delle nascite. Tutto vero, ma poi? Per dire…cosa?
Accettiamo che debba esservi anche l’incubazione delle idee prima di partorirle o saranno figli ingrati…quelle parole!

Director
Foto: "Dramatherapy_Kostja_The Flipper", foto tratta dal sito www.flipperantichi.it

giovedì 2 ottobre 2008

Hummm...Il bisturi drammaterapico affonda. Ricordiamoci di sterilizzare i ferri, dopo ogni intervento. Go on...


  • @ da NIna
    A proposito di "Ali: Accadde Davvero...Irina Arkadina..."

    "Madri e Figli"
    Debbo davvero credere che quel cucciolo capriccioso, rabbioso, impulsivo senza logica –come se l’impulsività fosse dettata da un movimento di pensiero raziocinante–, sia Kostja? Kostja e l’ozio risulterebbero dunque molto più apparentati che egli stesso con Irina Arkadina.
    Ozio: termine grosso, che rimanda ad una persona sfaccendata, inoperosa, ricca di superfluità. Esso ha la caratteristica di portare l’individuo ad uno status “abituale” e "infingardo” (Zingarelli). Kostja è povera cosa. Accadde davvero che Kostja non fosse amato da una madre “brava, buona, amorevole”, incapace ad assolvere quel ruolo d’eccellenza genetica che Madre Natura le consegnò. Scienza e Natura, per la prima volta, dovrebbero essere indagati insimbiosi.
    Vero: è accaduto nella realtà cechoviana del Gabbiano. Continua ad accadere nel presente storico che viviamo. Tuttavia voglio porre una domanda d’urto:

credete sul serio che tutte le madri riescano ad essere madri perfette?
e tutti i figli generati, perfetti figli? Dov’è scritta questa regola universale: nel DNA?

Essere madre, essere figli non sono mestieri da impararsi nella bottega del mastro artigiano. Una madre non è un mostro solo perché quel ruolo non le appartiene o è incapace d’affrontarlo o non ne possiede la naturale, felice attitudine. Qual è la storia personale di una donna come Irina, una donna che non vogliamo perdonare ma solo demonizzare?L’eredità familiare può non aver donato figure supplementari o di restituzione. L’eredità familiare è il substrato d’ogni mancanza affettiva: impari ad amare se qualcuno te lo insegna. Una madre può aver avuto la propria –assente. Dovremmo scrutare il passato di molte Irine, allora… Arrivare all’oggi, in un presente storico che sembra decisamente carente nell’offrire un panorama gratificante.
"Madri, dove siete?"I
Irina Arkadina: essere inutile, viziata, ricca di superfluità, infingarda. Irina Arkadina propone questo modello a Kostja. Cechov propone due fantocci speculari. "Madre, dove sei?" Lei vacilla d’inconsistente vanità; ama Trigorin sapendo che forse è amata-ad-intermittenza. Kostja si tormenta errante nella casa-spettro degli amori mai bastanti. Abituato a decantare con lo spleen esistenziale, la privazione ombelicale, nonché l’eterna Nina Zarecnaja. Il centro del mondo si nega: quale mondo, poi? Quello decadente di fineOttocento in Russia? Questa Russia gelida sopravvive a temperature sotto la soglia umana.Questa Madre Russia è confinata tra le steppe e i GULag. Questa Russia sogna calore, un Sole benevolo che la partorisca dai suoi mulinelli sterili. Anche essa ha un preciso destino: la geografia della distanza incolmabile col resto del mondo.Nel 1896 Madre Russia faticava ad andare avanti. Eppure ha generato molti figli.
"Figli, ora e sempre, dove volate? Dove siete?"

Foto: "Chekhov_Masha_and_Mizinova"

lunedì 29 settembre 2008

Ali: accadde davvero... Irina Arkadina del Gabbiano di Anton Pavlovic Cechov



Accadde davvero…”: la potenza di questa espressione, pensateci, è strabiliante. Qualcosa è avvenuto e ci viene detto che la cosa è fuori di ogni dubbio. Si sottintende la straordinarietà del fatto realmente accaduto, ad onta della possibile incredulità dell’interlocutore. Si sollecita, urgente, la sua attenzione ed in quell’accadimento ascoltato sembra anch’egli coinvolto con la sua responsabilità: la conoscenza. Il fatto lo riguarda a distanza di tempo e luoghi, ragioni e diversità. Persino il committente può passare in secondo piano, rispetto al processo che rivela. Esso non riguarda le cose fuori, ma si cuce tra trame interne e fatti narrati.

Accadde davvero…” è quanto io sottintendo nel processo drammaterapico, quel passaggio rischioso quanto rivelatore che supera per qualche attimo il "come se..." del teatro, per coinvolgerci profondamente e misteriosamente -non tutto quanto accade deve essere esplicitato nella teoria. Ha ragione Nina nel dire che il margine è quello di trovarsi "in bilico" o il già detto "sul filo del rasoio" di qualche post fa. Qualcosa, che sta accadendo ora, pesca nell'intimo serbatoio del già accaduto, quello storico, personale o sociale, archetipale o biologico; come la paura che qualcosa di non conosciuto altrimenti ci sovrasti, se non detto. Non voglio sottindendere una ermeneutica dell'inconscio, ma i nostri lettini lo dimostrano quanto le quinte del teatro: insomma è davvero salvifica quella narrazione che ci sottrae all'ignoranza dall'ignoranza e ci restituisce -dico "r e s t i t u i s c e"- la conoscenza. Potenza del "drama", del processo drammaterapico, che sia azione dentro o azione fuori, quando la persona si "riprende" la responsabiltà del suo ruolo primario, "centrale", all'interno della propria rappresentazione ed in questo caso "propria" in tutti i sensi. In questa dinamica cogliamo quello che io indico per concetto di "centralità" del processo drammaterapico. L'operazione allora diventa "autentica", se non si è nascosti a se stessi dietro il personaggio, comodo o scomodo che sia, l'abbiamo già detto; denudati di inutili orpelli -perchè non funzionali ad alcunchè in quel frangente- può agire tra noi ed il pubblico -che sia il gruppo o gli spettatori- il senso dell'"atto di auto-penetrazione -Grotowsky .
Ed allora, vi dico…accadde davvero che Irina Arkadina fosse un mostro, consapevole o meno –poco importa-, vittima del tempo, delle circostanze, di un amore a sua volta negatole, lo sappiamo. Potrebbe questo fare lo sconto a quanto “avvenuto”?. La ascoltiamo suggerire al fratello di dare uno sguardo a Treplev -al suo Kostja quanti ne sono stati negati o quanto egli ha potuto in solitudine sospettare da parte della madre-, non lo vede affatto bene! Il giovine ha tentato un suicidio, vero falso (?) sapremo poi che era stato un vero tentativo -persino...la madre ora conosce questo anche se si interroga maldestramente sulle ragioni del gesto-, del quale dovrà quasi scusarsi con la genitrice: "impulsivo" questo è quanto dice di sè chiedendo un implicito perdono. Eh sì, il ragazzo sembra ammalato di ozio -Piotr Nikolàevic Sorin. E' vero: l'ozio, quello spazio vuoto che rende appunto vuote di senso le cose, spogliate di quella credibilità che solo un amore primitivo, forte e certo, può dare...ed allora ogni cosa si lascia lì in disparte: hai ragione, caro zio, Kostja è ammalato di ozio! Psicologicamente lo chiameremmo grave "disinvestimento affettivo".

Il fatto è che accadde davvero che Irina Arkadina fosse una madre “non sufficientemente buona” e l’amore di un figlio non potrebbe mai correggere la deplezione di quell’invisibile ma di certo, sostanza in circolo, fluida -tanto s'adatta...-, circolatoria, né rossa, né bianca che nutre scorrendo tessuti ed anima dell'individuo: l'amore della madre. Fino a che le madri hanno avuto l’istinto ad esercitare tale “cura”, la sorgente biologica di una cascata di vita che da un certo punto in poi, nell’evoluzione, non si è mai fermata, non vi sono stati problemi: cuccioli accuditi; sottratti al predatore o persino uccisi per la salvaguardia di altri. Da un certo momento in poi qualcosa è sfuggito alla natura e da allora le madri hanno imparato ad interrogarsi sulla loro funzione, sul loro senso, questo è innegabile. Dove non è avvenuto, un cucciolo capriccioso di nome Nerone, se non ha realmente incendiato Roma, ha tuttavia legato il proprio nome alla rabbia, alla capricciosità delle condotte, all’impulsività senza pensiero. Ne abbiamo piene le pagine della storia e della letteratura, della musica e della pittura e non vogliamo scomodare la mitologia!

E’ accaduto davvero che Irina Arkadina si dimenticasse di una parte profonda di se stessa, quella “genitrice” e l'istinto non gliela suggerisse più. C’è da sospettare che proprio questo peccato originale le abbia tolto la forza di sentirsi credibile nell’amore per Trigorin, così troppo presa nell'avviluppato narcisismo dell'attrice brava sul palcoscenico ma che, per importanti versi, non sa vivere. Certamente agli occhi del vecchio Sorin, suo fratello, appare un poco dura ed in uno scorcio di dialogo privato tra fratelli –ma il Gabbiano è tutta una storia privata nello sfondo di un mondo lontano che sta già cambiando!- anche rabbiosa: non ha abbastanza soldi per sè, come potrebbe per il figlio?! Denaro, affetto, l’incredibile costante prostituzione tra amore e potere nelle pagine di Cechov, una storia intessuta con il filo del rimpianto; persino di quello anticipato nelle predizioni negative di quasi tutti i personaggi; tra le parole di un maestro che si sente così poco riconosciuto e pagato per il suo ruolo -sic...i nostri giorni!-e così poco amato da una Masa che finalmente sposerà ed appunto un Arcadina afflitta da più gravi problemi che non l'essere genitore: “…Non è che non abbia denaro, ma sono un’artista: già le sole toilettes mi rovinano”.
E’ probabile che vi sia resistenza ad ammetterlo in noi, ma accadde davvero che qui sia stato tratteggiato, impietoso e crudele –se non fosse per quelle mani che fasciano davvero tanto bene le ferite dell’amore, il carattere di una di quelle madri –perdonate l’ardire- non troppo raramente descritte da qualcuno dei miei pazienti, quando a loro è accaduto. Provate a digitare in google “mamma compri solo profumi per te” e sfacciato, in un casuale blog al femminile, vi appare questo contenuto:

“…quando una mamma compie gli anni, è sempre un bel problema da risolvere”

Allora...Tra qualche giorno sarà il compleanno di una strega ...ehm.. di mia Madre.Io non so cosa regalarle, anche perchè lei ha di tutto e di più, ha anche più del superfluo.Pensavo di scriverle un bigliettino del tipo:" Mamma adorata,anche quest'anno saremo assieme. Presenzierò nella tua vita speciale. Firmato: La tua figlia speciale". No. Scherzo. Sono nel pallone. Potrei fingere di dimenticarmene, come faceva lei quand'ero bambina (" Eh... sai... non ho avuto tempo di prenderti niente... e poi... avevo da fare, mi è uscito di testa. Auguri, Alice!"), ma sarei troppo stronza e non voglio abbassarmi a un tale livello. Quindi mi rivolgo a voi: sbizzarrite la vostra fantasia, date sfogo alle vostre voglie represse e trovate un'idea per un regalo semplice,ma d'effetto. Possibilmente " frou frou", che a mia madre piace tanto lo stile "tutto fronzoli, niente sostanza". Vostra V.

Ci scuserà l’imprevista ospite del rimando al suo sito –e non mancheremo di informarla-, ma la storia infinita continua e continuerà ad accadere tra mamme fortunatamente sufficientemente buone, caro John Bolwby, e tanto dolore forse incapace di far crescere ali.

Foto:
Irina Nicoaievna Arkadina," La Mouette "(1978) Designed by François Barbeau / © François Barbeau
"Drammaterapia, The Sea Gull, Wings" Atelier Liberamente 2008

domenica 28 settembre 2008

I Predestinati


@ da Nina
a proposito di..."The Sea Gull, Fourth Act: KONSTATIN GAVRILOVIÈ ..."

Ciascuno di noi vive un rapporto transferale con un preciso personaggio cechoviano. Accarezzandolo, l’attore lo fa suo; altrimenti si effonde, in lui, un economo ripudio: conferma che il ruolo assegnatogli è quello giusto. Comprendo che per alcuni assumere l’identità del personaggio possa diventare non solo insopportabile, ma crei un dissidio interiore non trascurabile. Gli elementi trasfigurati che la “mano” del Director porge, ci trasformano in funamboli, in bilico tra sogno e realtà. Un passo occasionale e cadi giù. Così stramazzi per terra scorgendo l’irreparabile durante la caduta, senza un’accogliente rete salvavita: per metafora, vorresti solo braccia possenti che amorosamente ti accogliessero “nella quiete dell’abbraccio”. Sì, vorresti braccia. Al diavolo la rete! Tuttavia, se quell’abbraccio accade, sappiamo che esiste solo nel sogno. E allora viene la voglia di strappare il copione. Questa realtà è scomoda. Fa male. Si tinge del lutto di Maša: nero perenne, non-colore egoisticamente infaticabile nel proporsi. Il nero assorbe le pigmentazioni colorate del vivere, costringe nella strettoia delle esistenze, la morsa avvincente del cappio rivelatore.
Kostja si rivela, teme il cappio senza evitarlo. Povero Kostja: gli occorrerebbero più anticorpi, una sostanziale elaborazione corticale affettiva per stimolare le sue difese neuroimmunitarie. Tutto è finito. Kostja lo sa. Kostja è l’unico a saperlo. La sua detestabile consapevolezza arreca disturbo. È antipatico, melenso, nichilista, perché ha il coraggio di rivelarsi nudo, fragile, senza vergogna nel palesare il suo disperato dolore, i sentimenti occulti. Ha a precisa volontà di non ammucchiarli nello scantinato delle menzogne o dell’ipocrisia. Viene da amarlo questo Kostja, nella rilettura del Director. In fondo, la sua parete rocciosa riesce a scalarla. Ed è solo nell’impresa, perché non c’è madre, non c’è Nina. Emergono da un sogno, vive, palpitanti, Irina Arkadina e Nina Zarecnaja: “donne impossibili” anelate, amate,consumate. Ciononostante, nelle loro imperfezioni umane, da amare indissolubilmente. Riesce assurdo non degnarle di qualunque sentimento, pure nello scarto generazionale che le ricompone entità unica. Se la donna è «capace di eroismo morale» (Clemente Rebora), Irina e Nina non portano in sé nessun elemento eroico. Aggiungo: per fortuna! L’eroismo non fa parte della fiction cechoviana: si elude, almeno nel Gabbiano. a realtà scomoda, inusitata, si raccoglie nel pallore livido fatto di nervi, rabbia e parossismo di Kostja. La madre l’immobilizza, lo inchioda con le sue “mani”. Esse portano con sé amore ed impostura, il ricordo di un bambino in riva al lago. Il bambino-felice: l’uomo-infelice. Ogni “mano” insostituibile è la “mano” che vorremmo fare nostra. Le “mani” sono testimonianza d’affetto, tenerezza, amore, passione. Chi accetta di essere accarezzato non potrà più farne a meno. Vale in qualsiasi rapporto d’amore, ed è peggio dello sniffo al tabacco di Maša, se quelle “mani” vengono poi a mancare. Un uomo e una donna sono i predestinati. Credo fermamente che l’uomo manifesti lunghi tempi di solitudine prima di concedere dolcezza ed intensità. Teme di confondersi, scoprirsi incongruo, instabile. La donna, invece, sarebbe capace di farsi lisciare da “lupi e leoni”: vedi Irina e Nina con Trigorin. Pur di essere amate, esse fanno qualsiasi cosa; pur di raggiungere il successo o riconfermarlo; abbandonano nel solito scantinato gli affetti più intimi. Ed è sempre lui che manca dal loro universo: Kostja.
Kostja non fa che sognare e sperare, ormai drogato di mancanze, con la disillusione in atto. Fonde quel pianto amaro di rimpianti e desideri, slabbrandosi la pelle con un proiettile. Kostja scrive una struggente lettera alla madre, e commuove questo passaggio:“… ora comprendo che è quanto si dice ad avere importanza; quella è la vera bellezza del pensiero, quella che scaturisce dall’anima […] Ho lottato, senza volerlo… vi giuro, contro il vostro disprezzo acredervi, perché voi non mi avete creduto… Perfino Boris Alekseevic trascinaste via per il timore di perdere l’amore, mentre avrei sperato che fosse il dolore di vostro figlio a farvelo allontanare dal lago, dalla mia Nina […] Se non puoi avere quello che ami, è la tua speranza, dentro di te, che muore […] Il mio stesso amore mi uccide…
“Quando un sentimento muore,” –avrebbe potuto rispondergli l’Arkadina–“fosse Boris Alekseevic a lasciarlo morire, o Nina nella condizione di donna corrotta, oppure io, che ti generai perché ti possedessi come una cosa buttata là… Una cosa da fasciare, accudire, viziare tra un mio vizio e l’altro. Tra un vizio e l’altro rammentarmi madre, e per una volta soltanto farti sentire di averti amato non come una cosa buttata là, abbandonata al disfacimento morale, e infine dimenticata… ". Tua madre una grande attrice, ma non ama la verità!... Spera solo di perdere il senso di ciò che è stato… E allora, giunga benedetta la censura del dolore attraverso il tempo! Aiuti a modificare, nel patrimonio della memoria, le ‘mani’ che avvolsero il figlio senza mai stringerlo…”Cosa resta a Kostja? Amare per non essere ri-amato. Ancora una volta il dualismo fatale illusione-disillusione. Fatale perché lo porterà ad unepilogo gestuale: Kostja, così eternamente ladro e derubato dei suoi stessi pensieri, infatuato speleologo della parola teatrale, lui rimodellerà il gesto della “mano”. Lui, soltanto lui, farà ritorno alla “mano” carezzevole. E saprà amarsi dentro l’amore negato, facendo volare il suo gabbiano. Credo che lo spalancarsi di quelle splendide ali non debba suonare comeconsolazione. La consolazione è lo strumento raccogliticcio dei perdenti. Solo –senza l’invocazione della “mano”– e finalmente libero, egli si proclama elemento Aria.Kostja sarà di ritorno da quel volo. Lo ritroveremo trasformato, dopo il fiotto sanguinolento della sua breve esistenza. Le sue “mani” estatiche non avranno limiti. Si abbandonerà in un abbraccio nuovo, infinito, d’incanto. Una donna –a riceverlo.
Saprà ricominciare, aperto a un vero amore inaspettato. No: predestinato.
Foto: "Drammaterapia, The Sea Gull, Cechov"

giovedì 25 settembre 2008

The Sea Gull, Fourth Act: KONSTATIN GAVRILOVIÈ TREPLEV


Cara madre,
ieri pensavo che le bende dovrebbero essere lunghe quanto la mia vita indietro…forse quella avanti, per dare un senso a quanto vivo. Ve l’ho detto, voi fasciate bene, come non altri...con le vostre mani. Le conosco. Esse d’improvviso mi fanno sorpassare tutto il tempo che mi separa dall’infanzia e mi riportano ad immagini care. Lo scrisse Dostoevskij...” Non vi è nulla di più elevato, di più forte, di più salutare e utile per la vita avvenire di un bel ricordo, specialmente se è un ricordo dell’infanzia…” Allora ero felice, ed anche negli anni dopo le rive di questo lago hanno carezzato i miei sogni. Voi eravate lontana, ma le vostre mani continuavano a dare calore ai miei sogni. Essi…divenivano sempre…più…solo miei. Ho odiato il vostro Trigorin, ne ho avuto buon motivo, lo sapete e voi stessa avete sostituito la paura all’odio e… per non perderlo continuate da sempre ad inseguirlo, come i vostri sogni. La fede nel vostro teatro, di voi stessa sulla scena…vi impedisce di perdere, ad onta di essere così poco amata. Egli si è sottratto al duello…e voi dite che è un grande! Che grandezza c’è, ditemi, a vivere di se stessi; neanche con il pubblico egli ha un confronto….lo dice…insegue le sue novelle come un predestinato per nascondere a se stesso la coscienza che Turgenev è già esistito! No, non preoccupatevi, gli serve la vostra lusinga, come serve a voi la sua vicinanza. Il mio destino, invece, è di non potervi odiare, ne potervi amare come vorrei…e la cosa si va ripetendo, né voi cambiate…sempre troppo distante da quanto scrivo, da quanto vivo. E sembra che mi sia negata la possibilità di decidere, di scegliere in questa altalena di sentimenti, che si nutre di se stessa.
Prima credevo in forme nuove e mi accanivo dietro il disprezzo di quelle vecchie, di un teatro obsoleto, imprigionato…ora comprendo che è quanto si dice ad avere importanza; quella è la vera bellezza del pensiero, quella che scaturisce dall’anima. Ma la mia è sempre stata troppo ferita, per non sanguinare sulla scena del teatro, della vita... che tanto amo. Ho lottato, senza volerlo…vi giuro, contro il vostro disprezzo a credervi, perché voi non mi avete creduto…Perfino Boris Alekseevic trascinaste via per il timore di perdere l’amore, mentre avrei sperato che fosse il dolore di vostro figlio a farvelo allontanare dal lago, dalla mia Nina. La leggerezza degli anni migliori, che anche Nina ha conosciuto, si allontanò d’un tratto, cadde senza più un senso come un gabbiano morto…se non puoi avere quello che ami, è la tua speranza, dentro di te, che muore, ancora più dolorosamente di quell’immagine che scompare…Per questo uccisi il “gabbiano” e lo deposi all’evidenza -essa si crudele- di quanto non esisteva oramai più.
Mi sento schiacciato tra due grandi divieti a poter amare, riamato, ed il mio stesso amore mi uccide. Ho vissuto troppo tempo sentendo che la vita mi negava ed io ho tentato di negare lei, piuttosto che la cesta ingrata delle impotenze degli altri…Ora Nina sembra fuggire ancora da me per il sogno infranto del suo gigante Trigorin, continua ad amarlo…ed ancor più di prima; il palcoscenico vi ha premiato e punito perché nessuna cosa dura eterna…la gloria di un vita e l’amore che vi metti dentro e credo debba essere stata dura, anche per voi, la cinica sostituzione dell’attrice nei panni della giovane donna invaghita dell’uomo importante…non lo avreste mai sopportato sulla scena, lo rimuovete nella vita. Le vostre delusioni, di voi tutti, si accaniscono contro di me, contro la potenza del mio sogno, del mio desiderio. Non ho necessità di soffrire per il sogno infranto di Masa… così ho regalato anche io dolore a qualcuno, senza volerlo. Le forme cambiano…a volte impiegano più tempo ed energie ad evolvere, altre volte non lo faranno mai…ma l’intenzione del mio amore per quanto di sacro era in Nina rimane un gabbiano. Lei sogna ancora di diventare una grande attrice; glielo auguro….e si dice ancora gabbiano, poi si corregge e preferisce ricordare con lo spettro di Trigorin (!),Turgenev, che conta più un “luogo caldo” nel quale nascondersi, nella propria casa; quella che non vuole. No, credo che a volare sia solo il mio gabbiano, e quanto ho amato e mi ha riamato nella vita, quando è stato, la mia speranza può volare anche se è spenta, perché ha il fuoco dentro ed attende altri che l’accendano. Le ali non smetteranno di battere solo per questo, anche se più non spero, né attendo.
Oggi libero il “gabbiano”, quello che non ho mai deposto ai piedi di alcuno, né ha subito ferite od insulti. Lo lascerò volare sui destini delle persone e so che non molti si troveranno ad alzare il capo, a cercare sulle proprie mani, tra i ricordi e la voglia di sperare. Conoscere il suo volo è già consolazione. L’avervi creduto il mio senso. Vostro figlio, mi mancate senza avervi mai perso, Konstatin Gavriloviè Treplev

Foto: "The Sea Gull, Konstatin Gavriloviè Treplev" di E. G.

venerdì 19 settembre 2008

The Sea GuIl, Atto Quarto, Monologo di Trepliov: il Cuscino


"Il cuscino si ribella alla solita impronta. Non dico che si sottrae e neanch'io cerco un contatto diverso, ma niente è più come prima. Me ne sono accorto in questi ultimi cinque giorni; tu alla locanda, senza voler vedere alcuno ed io qui con un sonno inquieto, sogni bizzarri.
Dov'è il sogno di un tempo, la pausa, il lavoro silenzioso dell’anima? In tutti questi anni mi sono ingannato a credere che fossero solo le ore del giorno ad imbrogliarmi, a essere imbrogliate, la fatica di ricordare e cercare di non ricordare troppo la mia Nina. Se l’espiazione del giorno per la ferita mortale di un abbandono in qualche modo ti salva, di notte nessun conforto! Qui... inchiodato nella contraddizione di tenere e lasciar andare, ho lasciato aprire, senza dargli il permesso, un grande lago, appena increspato per vedere o sperare di leggervi dentro, dove forse mille cose si ripetono e molte si sono orami trasformate. Sembra che solo le mie novelle siano sempre le stesse, solo loro apparentemente fanno a meno di me e di lei. Chissà se volano ancora i gabbiani... No...no ne ho visti in questi giorni; almeno mi sembra...E così ora capisco di dormire male, perché nel luogo e nel tempo della notte forse non voglio far dormire tutto quello che è accaduto prima, né quello che è precipitato dopo. Ma poi è davvero così strano “non dormire” come “un tempo”? Non è proprio lei che ha sconvolto la mia percezione della vita e dell’amore e che manca, come sempre mi è mancata, a dare un senso a tante mie nuove scoperte, rimaste orfane di prova, di certezza? Ed allora come non aspettarmi che giorno, che notte, ma che dico... (?) che la vita stessa possa darmi segnali di assenza, come una mancanza di numeri che un matematico all’infinito si ostini a cercare di ripetere , che sia giorno, che sia notte… Questa sera mi addormenterò con questo pensiero di vuoto inspiegabile, perchè troppo mio e probabilmente sta avvenendo per l’umiltà di essermi scoperto impotente a fare del ricordo una presenza e del dolore una ragione. Non so se sognerò, ma se questo avverrà…beh dovrà riguardare qualcosa che non può essere più fermato, stavolta, comunque sia, come un corso d’acqua sorgiva, che dice, trasparente nelle tue mani, che non è quello che fai a darle un senso, ma da dove è nata".
Foto: "Impronta sul Cuscino", The Sea Gull, Anton P. Cechov

domenica 22 giugno 2008

La Devozione di Maša

@ da Indaco
Caro Director,
veramente interessante questo post che allarga la piaga esistenziale dei personaggi cechoviani, inducendo a una riflessione di tipo psicanalitico. Maša, come già scrissi tempo fa, è Devozione e Dedizione assoluta: l’amore per Kostia –inespressiva struggente passione. Nero reticolato che inganna qualunque solitudine. Sconosciuto, il suo involucro di carne e sangue si fa principio nullo, mentre il diniego materno verso la figlia, “anonima di senso”, risulta addirittura insopportabile. Anche in questo caso, sin dall'inizio dell'opera, un altro protagonista del dramma affronta la Devozione amorosa in frantumi. Ed è tale da elargire una colpa. L'aspetto che realmente teme è la propria forza; quel sentimento di indipendenza che vorrebbe “impegnare l'acqua alla terra per renderla fertile e feconda”. Maša realizza di sé un triste ex-voto che le rammemora ossessivamente il mancato avvento del miracolo-desiderio: intimo copyright di una desublimata bellezza d’arte, opera incompiuta e tantomeno riconosciuta: quella dell'oggetto amato, lontanissimo da lei quanto Kostia lo è da se stesso. E credo infatti che Maša, quando potrebbe alleggerirsi dalla morsa del dolore, preferisca invece restarne ingabbiata; la mistura esplosiva tra sogno annichilito e l’immaginarsi donna libera da ogni culto, dalla bramosia folle che lo accompagna e lo custodisce, prolunga all’infinito il rito silente del suo fallimento. Lei, l’amata Masa, potrebbe ritrarsi così: “Io – non riesco ad appartenere / eppure ogni gesto m’appartiene” -versi tratti da “Brockwell Park” di Francesca Matteoni-. Anche il peggiore, aggiungo io. In Maša albergano colpa ed espiazione, assunti "negativi" che lei, Madre, impronterà alla figlia. E come amante, amata dall'uomo giusto che lei invece offende come sbagliato, è cardine-colpa, forma-dolore consapevolmente inflitti ad un uomo mai bastante affettivamente.Tornando alla sua sfortunata passione per Kostia, ella non riuscirà a scardinarne gli avvitamenti morali, a ridurre -citando Roland Barthes- “l'ingombro esagerato della devozione” verso quell’anelito, o smania d'amore perduto. Sono anche convinta, pensando a Nietzsche, che la sofferenza nell'amore raccolga in sé un'innocenza disvelata, un biancore di cui s'avvolge per atto difensivo: ed è nuovamente, sentenzierebbe Barthes, la "ripulsa della Colpa".Maša, dall’inizio alla fine del dramma, tenta affannosamente di padroneggiare infelicità e destino. Ma fallisce sempre, e questa è la sua doppia pena.

Per lei canterei un tenero nido di sonno.
Canterei affinché un rovo di tenebra scordasse il suo pasto.
Pregherei per l'equatore d'una stella.
In divenire: perché abbandonasse vodka, tabacco e stordimento.In divenire: perché abbandonasse la fiamma sull’altare.
In divenire: perché lassù, quella stella, indorasse la sua vita nova.
Foto: "Cechov and Knipper, 1901"

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

COMUNICATI STAMPA