@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

Visualizzazione post con etichetta Teatro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Teatro. Mostra tutti i post

lunedì 14 dicembre 2009

Dramatherapy Backstage 1, The Things go Wrong

Dramatherapy Backstage, THE THINGS GO WRONG,
written and directed by E. Gioacchini,
Creative Drama & In-Out Theatre (Rome),
based on Ionesco's Play, The Rhinoceros

Movie: The Things Go Wrong, Part 1, CDIOT 2009

domenica 15 giugno 2008

Anton Cechov legge "il Gabbiano" agli attori.

@ da Dedalo

Sono rimasto colpito dal rileggere le prime righe del monologo iniziale della nostra pièce “Nina”. “Anno Domini 2008. Mi chiamo Nina. Sono una scrittrice e performer, e lavoro per alcune case editrici romane. Anno Domini 1896. Sono Nina, “Il Gabbiano” di Cechov, e in entrambe le esistenze non ho mai imparato a volare”.
La bellezza di queste poche righe ha fatto sì che il messaggio mi arrivasse ancora più forte: quel “non ho mai imparato a volare”…Continua la nostra Nina: “Non so perché Cechov mi abbia fatto questo: intitolare un’opera “Il Gabbiano”… un essere piumato, come me… con voce di piuma, piume… ma senza scatto del volo e con i piedi qui sulla terra. Non volo!Cerco una libertà che il Signor Cechov non mi dà”. E continua la bellissima Nina, parlando dello scrittore russo rivolta ai suoi compagni personaggi: “Questo essere umano che vuole dare a noi tutta questa infelicità, l’estremo sacrificio, fa parte di me come fa parte di voi: nell’esatta identica misura. Perché Cechov… è un uomo feroce, ferocissimo, un essere che non ha assolutamente un minimo di pietà verso i suoi personaggi…”.
Quello che mi colpisce è la compiutezza di questo disegno di sofferenza. No, non può essere casuale la sofferenza di cui parla Nina. C’è una precisa negazione delle potenzialità e delle possibilità dei personaggi di essere felici. C’è una volontà tesa ad annichilire, a stritolare nella disperazione. C’è, esiste. E’ terribile, potentissima. Sembra agire come se fosse un retaggio dell’umana natura, già collaudata, e pertanto in grado di dispiegarsi in modo efficiente, distruttivo al massimo. Questa potenza volta all’infelicità. Troppo potente, troppo perfetta. No, non può essere casuale. I personaggi di Cechov soffrono, si lamentano dell’impari lotta, del dissanguamento ai loro danni che li porterà a perire, e del fatto che venendo meno il loro sangue ciononostante il dolore non diminuisca, perché la condanna prevede che il dolore sia sempre massimo, che nessuno offuscamento possa portare una qualche attenuazione della loro disperazione. Come è possibile vivere in questa vita delimitata da muri di gomma invisibile, che lasciano intravedere o immaginare qualcosa della felicità che vi è oltre, ma che non possono essere superati, ma che aderiscono a chi tenta di farlo per poi rispingerlo nella sua vita come fossero elastici, sì che ci si muove a volte per inerzia, procedendo in avanti lungo la strada di lacrime e solitudine spinti dalle pareti contro cui si va a sbattere?
Come è possibile avere una vita così, così perfettamente non vita? No, non può essere casuale. Un essere capace del miracolo del volo, dello scatto del volo… Un essere capace della libertà… Le forze in campo sono enormi, enormi. Sono le nostre forze. Siamo noi. Sono le nostre forze, nella loro potenza, a darci il miracolo del volo, o la pena più perfetta. Rileggendo il monologo iniziale di Nina ho visto questo, ho visto questa immane energia, splendida e terribile. E sono stato contento, perché ho pensato che abbiamo a disposizione delle risorse sconfinate. Perché ho visto le potenzialità, questa volta positivissime, che tutti noi abbiamo, che possono accompagnare le nostre avventure se decidiamo di averne, di uscire in esplorazione, di vivere, di incontrare gli altri.
Foto: "Anton Cechov legge Il Gabbiano agli attori"

martedì 20 maggio 2008

Tigri, morsi e connettivina…




@ da Plinio Perilli
Caro Ermanno,
e cari amici tutti, libera-mente “drammaterapici”,

la mia riflessione addentro la vostra, nostra ultima pièce allestita -e cioè “Il Fissatigre” cortazariano- è cominciata il giorno dopo, parlando con la farmacista che mi consigliava e mi porgeva la Connettivina Plus 0,2%+1% Crema, onde meglio curare le profonde abrasioni a pelle viva della felinissima Nina, splendida Tigre ultra-archetipica, immolatasi sul pavimento in linoleum (e poi sul palco ligneo) del Teatro di domenica scorsa…
Ma l’“acido ialuronico sale sodico” e la “sulfadiazina argentica” così opportuni per lenire e riassestare i tessuti nineschi, i suoi ampi, profondi squarci alle ginocchia, le lividure supreme -gli esiti insomma di tanta e tale giungla familiare, borghese, introiettata e poi esplosa, fustigata e redenta d’intensità come un indicibile, inferocito e tremante cristo anzi madonna animale! – non hanno avuto la minima capacità di frenare la ridda di pensieri, la ressa di emozioni che in mente e cuore mi si facevano savana, foreste, liane, baobab umanati, schiantati nella sacrosanta ordalia del rito, del ruggito salvifico…
Questa famiglia che ci appartiene -seppur non ci somiglia!-, quest’Assurdo che s’incarna, s’incista quotidiano, questa tigre che ha paura e ci impaurisce di Noi -no, non più di Sé!- sono stati momenti, concause, scenografie e dinamiche di un grande accadimento interiore.
Già presentare lo spettacolo era per me farne parte. Non importavano insomma le mere scelte dei ruoli: giacché ogni familiare ci presupponeva e ci reclutava d’anima, ogni passo morbido e unghiato, elettrico e insanguinato della Tigre Maroccolo, ci ammoniva e ci ammansiva, ci invocava e dilaniava dentro…
Farsi corpo dello spettacolo, prolungarselo dentro – penetrarlo di sé… Grotowski mi riecheggiava in testa, e nel mentre mi accingevo -o forse evitavo- di precisare la trama, capivo che la storia vera del Fissatigre è insieme la praticabilità e la terapia del ruggito…
Nostro dunque il corpo dello spettacolo, ma anche lo spettacolo del corpo: liberato in ballo (grazie ai plastici guizzi d’anima di Federico), così come guatato, innervato in rabbia d’oro, in caccia terrifica dell’Io ad ogni Io, a cominciare dal rispecchiamento quasi acqueo, lacustre -ma non narciso!- di se stesso.
Ed ora la connettivina per infibrare, risanare i tessuti – forse perfino le dilaniate lacerazioni fra archetipo e pensiero, assurdo e realtà, cronaca e mito…-. Oh, ricordo quei terribili, venerabili versi di T.S. Eliot rubricati da lui stesso nel ’36 come “Poesie minori”, minor poems… Minori? Ha mai scritto Eliot poesie minori? Ha mai la tigre che si dimena o fissiamo in noi, ruggito un malessere, unghiato un benessere che non fosse comunque decisivo, vangelo e vulgata di ogni caro, inesorabile assurdo quotidiano?!…

La tigre nella fossa della tigre
Non è più irritabile di me.
La coda sferzante non è
Più immobile di me quando fiuto il nemico
Fremendo nel sangue essenziale
O penzolando dall’albero amico.
Quando mostro scoperto il dente dell’ingegno
Il sibilo che nasce dalla lingua ad arco
È molto più amorevole dell’odio,
Più amaro dell’amore per la giovinezza,
E inaccessibile alla gioventù.
Riflesso dal mio occhio d’oro
Lo stupido sa d’essere pazzo.
Ditemi, dunque, se non sono lieto!

E mentalmente, libera-mente, attribuivo questi versi-pensieri ai ruggiti e agli sguardi di Nina, li doppiavo come si fa al cinema bruciando per sempre in fonè ogni concetto didascalico, ogni irrisorio sterile sottotitolo.
Nina, certo. Ma con lei, in lei, tutta la poesia mi diventava Tigre – mi aggrediva e leccava felinamente, mi richiamava dentro la foresta nel Cuor di Tenebra dell’oro fuso, del suo e nostro occhio d’oro –più prezioso quando si guarda dentro-.

Pochi giorni dopo, mentre le connettivina aveva per fortuna esercitato tutte le sue proprietà, una mia e nostra amica, Michela Merone, scenografa teatrale di professione, si complimentava per lo spettacolo, contestandone semmai il suo rimaner ancorato – almeno in parte – alle logiche contrapposte e dirimpettaie degli spazi teatrali (scena – platea), invece di buttare grotowskianamente all’aria ogni canone e uso abusato.
Hai visto com’era bello –dicevo anch’io a me stesso– quell’avvicinamento della Tigre, quel voltarsi del pubblico –stupefatto– nel pubblico, coda che si morde e ringhia, dentro una platea, una grande, circondante Famiglia, che proprio e tantopiù allora si scopriva giungla, foresta, savana di se stessa?…
Dacci oggi il nostro Fissatigre quotidiano… L’omelia e l’omeopatia dell’Assurdo, la connettivina –se può o potrà esistere– anche del Male, perché risani, rimodelli e cauterizzi d’argento, di sale, le sue ferite più cupe dell’Oro, quando anch’esso è cupo, e taglia e squarcia, “fremendo nel sangue essenziale”.

Due chiose infine al tutto e oltretutto: due notizie di cronaca culturale.
“Corriere della Sera”, 18 Maggio 2008:
The Brig. Con 16 atletici attori lo spettacolo che mandò in galera Beck e Malina.
IL LIVING TORNA NELL’INFERNO DEI MARINES
“… I giovani del Living, 16 bravi e atletici attori, lo spetacolo con il suo continuum di marce, percosse, azioni faticose richiede una notevole fisicità, hanno fatto rinascere, per Fabbrica Europa, l’inferno di tutto ciò che chiude la gente in gabbie e traccia rigide linee, l’inferno del giudizio dell’uomo, come lo definì Beck. The Brig è la giornata di 10 marines chiusi in una prigione punitiva, una gabbia con 10 brande all’interno di un’altra gabbia di filo spinato, costretti a annullarsi in ostinati movimenti stereotipati”…

Ancora dal “Corriere della Sera”, 19 Maggio 2008:
Genova. Dopo 20 anni il Workcenter ammette pubblico.
VIAGGIO VERSO LA LUCE: IN SCENA GLI EREDI LEGITTIMI DI GROTWSKI
“… Nella sala del Teatro della Tosse, i quattro ‘attuanti’ – così si chiamano gli attori di quest’arte performativa che non è spettacolo –, due uomini e due donne, si immergono in una storia, ora narrata con testi ora vissuta ‘in diretta’ attraverso movimenti e posizioni fissate, il risuonare delle voci dai toni più fondi a quelli di testa, il ritmo di canti di tradizione afrocaraibica su cui lavora da vent’anni quasi in segreto il ‘Workcenter of Jerzy Grotowsky and Thomas Richards’.”…

E sono come lo Zenith e il Nadir, l’ascissa e l’ordinata, le due assi cartesiane per disegnare, ricrearsi il grafico di ogni teatro possibile, ogni teatralità viceversa impraticabile, inaccettabile fuori dal rito vero dell’Inferno in terra, e del Viaggio Verso La Luce…

Era da tempo che il nostro cuore – e lo sguardo che lo prolunga, ci dichiara e ruggisce – non trovava in quella gabbia rituale fatta di gesti, di riti, archetipi, sacrifici “attuanti” un’intensità così profetica, valenza omeopatica… Una coda sferzante, e un sibilo davvero “molto più amorevole dell’odio”.

Fino ad essere e renderci lieti di queste e ben altre, ogni altra ferita che per lo meno ci “attua”, ci mostra “scoperto il dente dell’ingegno”, tutte le tigri invisibili, virtuali, sciocche, ciniche e snaturate della vita – indegne, loro sì, di un ruggito vero, della caccia cacciata, e trasfigurata, della nostra Nina, quando insieme a noi, e in vece nostra fiuta il nemico, amandolo con e oltre tutta se stessa.
Foto: foto di scena di Plinio Perilli nella conferenza di apertura della piece "il fissatigre", Roma 11.05.08

mercoledì 16 aprile 2008

somiglianze


La vertigine di chi osservasse il mondo cadere poco interesserebbe al buon Dio!” bestemmio per qualche oscura ragione, Grant, sollevandosi sulla punta dei piedi. Anche così, non recuperava poi molto; il suo metro e 47 non poteva giovarsi della voce della Verità, né di qualche centimetro in più, a fatica mantenuto. Barcollò su quella posizione istabile e precipitò a terra disastrosamente. No, il buon Dio non si interessò affatto di quel piccolo corpo di uomo, pieno di voglia di vivere, mentre roteava come un manichino da quel cornicione. Neanche il giornale del mattino spese più di qualche laconico rigo sulla pagina della cronaca: “Un Nano si getta dal Cornicione della sua Abitazione!”. Si, gli uomini somigliano pericolosamente a Dio. E poi, rettifichiamo, per amore della verità: quella non era la sua casa, ma solo il cornicione arancione di una casa in via Humboldt, affatto sconvolta dall' enigmatico evento. Parola di Fama

martedì 15 aprile 2008

perchè le meduse?


E' il loro costante viaggio dalla superficie alle profondità ad interessarci. Lo scivolare, apparentemente incurante, dalla superficie riflettente di sopra agli abissi più oscuri. Viaggio che ha la sovranità del proprio intento e non chiede passaggi o permessi. Innocua apparenza di luce che si basta, pericoloso contatto se ne disturbi il percorso. Non ti bruci solo nei sensori, più materei, del tuo corpo, ma può renderti di pietra, se l'osservi troppo a lungo. E' il prezzo del suo sogno di amore infranto, che diviene la crudele proiezione del dolore su chi la riflette, a stupirci ancora.

domenica 13 aprile 2008

Teatro & Drammaterapia: "il fissatigre" di Julio Cortazar


Roma 11 maggio 2008, l'Atelier LiberaMente mette in scena una riduzione drammaterapica de "il fissatigre", tratto dalle "storie di Cronopios e Fama" di J. Cortazar, per la regia di E. Gioacchini. A cimentarsi con un’ulteriore elaborazione del testo del grande scrittore argentino è questa volta il gruppo degli allievi del primo anno dell’Atelier di Drammaterapia Liberamente in un allestimento teatrale diretto dallo stesso professionista.

Il Fissatigre costituisce un emblematico brano tratto dalle "Storie di Cronopios e di Famas", una raccolta di piccoli saggi che descrive lo spaccato di vita delle due genie di personaggi creati da Cortazar. L’autore vuole farci sperimentare la “drammatica” conoscenza dei nostri luoghi comuni, dove, subdole, abitano l’abitudine e la pigrizia e al contempo costituisce un meraviglioso e cesellato esempio su quel pensiero “divergente” che tanto ha appassionato la letteratura d’avanguardia degli ultimi decenni oltre che la psicologia, ma ad esempio, dimenticato dalla scuola. Cortazar esaspera le nostre abitudini sino al grottesco, all’assurdo, ma anche oltre. E' la ritualità che giunge ad addormentare le possibilità interpretative del nostro Io, ad essere in scena con “il fissatigre”. Eidetica, ma sicuramente anche auditiva e cenestesica, l’espressione letteraria di questo autore, che riesce a farci ridere, con tutti i "cinque sensi" dell’invidia, della gelosia, della paura, della vergogna e del pudore, del ruolo codificato, come dei maldestri e comici tentativi di romperlo a volte ed illudersi finalmente liberi!Il testo di Cortazar, ma ancor prima la sua acuta critica dell’ovvio, alla ricerca dell’autentico, offre spunti speciali alla riflessione nel processo drammaterapico, afferma il conduttore di questa interessante ma anche divertente performance drammaterapica del suo gruppo teatrale. Il "fama" che è in noi continua a divertirsi, ed in fondo interagisce sempre, rovescio di un’unica medaglia, con il "cronopio", cercando forse una collaborazione? Ma anche il "cronopio" non è così indifferente all'arte di vivere che il "fama" gli ricorda! Come utilizzare, quindi, questi due moti dell'anima, “conservatore” ed ingenuamente “eversivo”, affinchè ci arricchiscano e ci agevolino? Pablo Neruda è drastico: “Chiunque non legga Cortazar, è condannato”. Ermanno Gioacchini enfatizza in questa piece l’implicito messaggio che, destituendo, restituisce: la lezione dello scrittore è assolutamente verso l’autenticità. La ritualità, nei suoi specifici aspetti di contenimento ed apertura, il rapporto individuo-gruppo all'interno di un sistema di valori definito, l'analisi della definizione di ruolo, sono alcune delle tematiche che verranno esplorate con la tecnica drammaterapica in una conduzione provocatoria, tesa alla scoperta ed espressione di quell’autenticità. Il testo drammaterapico in scena spinge ad usare il pensiero creativo e sollecita ad entrare nella storia messa in scena dall’autore, ad esercitare, almeno nel luogo del teatro, un utile timido tentativo di destrutturazione del modello del mondo che adottiamo, per chiederci come arricchirlo senza effetti collaterali!

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

COMUNICATI STAMPA