@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

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martedì 16 giugno 2009

DRAMATHERAPY: "...la vita andrebbe vissuta con la curiosità negli occhi

@ Dedalo
su Berenger ed ultimo atto

Con la curiosità negli occhi. La vita è un’avventura, ogni giorno è un’avventura. Cosa proverò oggi, cosa capirò, cosa vedrò? La vita andrebbe vissuta con la curiosità negli occhi. Apprezzare il viaggio, che ha un valore suo, a prescindere dalla meta che ci siamo prefissati e che non è detto che raggiungeremo. Magari ne raggiungeremo un’altra, e ci potrà far capire certe cose e provare certe sensazioni. La vita è un viaggio. Questo discorso sull’importanza del viaggio, a prescindere dalla meta, è venuto fuori l’anno scorso in uno degli incontri dell’atelier. Forse è un modo per non avere paura che i nostri programmi sulla nostra vita non si realizzino. Io a volte ho questa paura. C’è una corrente di pensiero che dice che un modo per non soffrire è non avere desideri. “Ma perché dovrei rinunciare a qualcosa che provo?”, mi sono detto qualche giorno fa. Non sarebbe meglio accettare la vita? Accettarla come un’avventura, e viverla con curiosità, anche giocarci se lo vogliamo. Si possono fare errori, si può fare la cosa giusta, ciò fa parte del gioco. Così come fanno parte del gioco i sentimenti e i desideri. In fondo la vita non è mica sotto il nostro controllo. Tanto vale sederci a questa taverna che è la vita, per usare un’immagine evocata in un nostro incontro, e toccare posate, bicchieri, piatti, bottiglie di vino, sentire la sedia sotto il nostro sedere, magari allungare le gambe se uno vuole, se no alzarsi e farsi un giro tra i tavoli, prendersi una coscia di pollo con le mani, sentire il grasso e l’olio sulle dita, prendere con le nostre mani il pane che il cameriere ha affettato e toccato con le sue mani e ci ha portato insieme alle posate, sederci accanto agli altri commensali, ridere delle battute, ascoltare, parlare, dire la nostra, strofinarci con qualcun altro mentre cerchiamo di passare tra due sedie, stringere mani, e poi rimettersi a bere e mangiare. Contaminarci, e confonderci anche e sporcarsi con la vita. Decidere se viverla o meno. Ma non subirla con più paura di quella che è giusto, perché anche la paura è un sentimento umano: che la paura sia una delle modalità con le quali siamo e ci esprimiamo, ma che non sia la nostra guida.

Dice il Director in uno dei suoi post: “Non è forse sempre la vita con i suoi improvvisi, grotteschi, "assurdi” eventi a tentare il risveglio della coscienza? Atto doloroso…” Ed aggiunge: “Non serve la logica a rassicurare l’anima e Berenger non ha più nessuno con cui “fare anima”; l’universo, da un certo momento-spazio in poi, ha imparato ad “urlare” nella collisione di sue due stelle, ma questo non ha aggiunto alcuna verità che conforti. Necessario riscoprirsi naviganti e sapere che le stelle, per qualche strana studiata convenzione, possono aiutarti”.

C’è un’ultima cosa di cui vorrei scrivere e che voglio condividere con voi. Riguarda il fatto che nella vita ci si possa sentire o ritrovare soli. Nell’ultimo incontro del nostro gruppo teatrale, il Director ha chiesto a Gianni di “vivere” il Berenger della fine dell’ultimo atto, quando rimane ultimo umano sulla faccia della terra. Gianni è stato bravissimo. Ad un certo punto ha detto “Non ce la faccio”. Ho sentito un brivido. In quelle parole avevo letto un pensiero di morte. Io in quel momento avrei voluto affermare con forza, gridare: “Io ce la faccio!”. Nei panni di quel Berenger di fine terzo atto, pur sentendo tutta la disperazione e i rimpianti, io ero ancora vivo, e volevo restarci.

sabato 6 giugno 2009

Drammaterapia, Rinoceronte o Lupo Solitario...semplicemente Uomo


@ Gianni
(giorno dopo il laboratorio)

Mi ritrovo davanti alla finestra di una casa qualunque in un posto indefinito, a guardare l'inconsulto correre dei rinoceronti, fra polvere e barriti. La sensazione che provo non è affatto piacevole, ultimo, estremo, (inutile?), baluardo alla malattia della razza umana. Questo pensiero che mi fa prendere coscienza della situazione, solo e senza la minima idea di cosa fare, comincia a trasformarsi in paura, una paura sottile, come la lama di uno stiletto, così affilato che può forarti senza quasi sentirlo entrare, per procurarti poi un dolore lancinante. Quante volte in passato ho provato questa sensazione, quello strano sapore in bocca, secca, e affamata di un'aria che non manca all'esterno, ma che non riesci a mandare nei polmoni, perchè il respiro è rotto dagli spasmi vertebrali. E che dire di quel peso sullo stomaco, di quel senso di costrizione che ti affatica anche nei movimenti più semplici?

Tutto questo lo avevo dimenticato, combattuto a suo tempo, imbrigliato alla meglio e chiuso in un cassetto. Doppia mandata..e allora si che mi sono sentito forte! Adesso non c'è più niente fuori che può aiutarmi a sopravvivere, neanche la mia Daisy, perchè anche lei ha preferito i rinoceronti a una vita di incertezze. Che faccio? La sensazione di paura si è trasformata nel frattempo in terrore, un malessere così acuto che posso sentire il mio sangue scorrere con fatica al mio interno, come se qualcosa gli impedisse di fluire liberamente, mentre tutte le altre sensazioni di poco fa sono amplificate fino alla soglia del dolore fisico. Eccomi quì, novello Berenger a far fronte...? Calma, dobbiamo rimanere calmi, usare la logica e il raziocinio che ci ha sempre aiutato, in fondo se fossi come Botard potrei...Niente. Egli è stato tra i primi a trasformarsi. E Dudard, allora, molto più elastico e comprensivo di tanti altri, una bella persona, che farebbe lui al mio posto? Smetterebbe di combattere, tanto la mediazione gli è così congeniale. Eh.. ma se ci fosse con me Daisy? Ma se aveva una paura folle di condividere con te anche le piccole cose di tutti i giorni? Ma io sono Berenger, il protagonista, e pensare che fino a poco tempo fa ero così contento di come ero, non puoi continuare a pormi ostacoli che mi impediscono di trovare una via d'uscita, sono in un vicolo?
E' ora che ti infili in quel vicolo se vuoi scoprire chi sei veramente..?
Mentre la voce razionale continua a parlare nella mia testa, nell'ansia di trovare una soluzione al disagio, un'altra mi arriva da un punto indefinito, all'improvviso, senza nessun nesso logico con il resto, con il tono di un bambino?

"Mamma dove sei, perchè non mi prendi la mano, non mi accarezzi, e mi aiuti? Non mi vuoi più bene? Ho sempre cercato di essere bravo?"

E i miei occhi si riempiono di lacrime, e un pianto irrefrenabile mi costringe a interrompere più volte quello che sto scrivendo. Ad ogni domanda il pianto prende vigore, fino a lasciarmi svuotato, ma più sereno, non più nel vicolo, ma su una strada deserta di una grande città , all'alba, come abbiamo visto in tanti film, incerto sulla direzione che prenderò, ma sicuro di aver voltato le spalle a un'esistenza che non era la mia. Penso di essere fortunato, ho ancora i miei genitori, li vedo quasi tutti i fine settimana, abbiamo un buon rapporto, la prossima volta li abbraccerò forte, (non mi ricordo di averlo fatto mai), e piangerò con loro. Grazie Berenger, Ionesco, Ermanno e il Gruppo.

@Director
...piango con te.
"Our greatest glory consists not in never falling, but in rising every time we fall", Confucius

Dramatherapy, Ionesco and the Awareness Act

@ Mocona

Secondo la mia visione i Rinoceronti rappresentano la metamorfosi dei personaggi Ioneschiani : vuoti, banali, con lo stesso copione per ognuno di loro intercambiabile; metamorfosi intesa come un'acquisizione nella personalità, un' esigenza di ribellione interiore alla passività del loro stabilito personaggio, una metamorfosi spontanea per una vita insostenibile rinchiusa dentro luoghi comuni che li rende un'umanità di zombie dormienti. E' come un risveglio, un' impulso involontario di ruggire, non compreso, che finalmente trova la sua evidenziazione in una metamorfosi esteriore. Quanto di più evidente ci può essere nella trasformazione animalesca?...ma comunque, sempre per assurdo, ci si trasforma ritrovandosi di nuovo in mezzo ad altri Rinoceronti che hanno subito la stessa evoluzione involontaria e questo a sottolineare che il cambiamento, non deciso, non serve per la salvezza della specie E' la metamorfosi ponderata, valutata e magari anche non attuata -come nel caso di Berenger- che può apportare una ricchezza interiore per la "coscienza di essere".

Il paradosso ? L'avere una coscienza, in questo caso, è scambiato per pazzia, "assurdità" per l'appunto. Tutto è rafforzato attraverso l'esagerazione dell'evento descritto dall'opera. Qui, di conseguenza, c'è un'approvazione dell'assurdo da parte di questi esseri dormienti, in realtà incoscienza comune nelle vesti di una finta coscienza. Hitler approfittatore con coscienza di potere sull' incoscienza manovrabile della massa.

Foto: Dramatherapy, Ionesco & the Awareness Act, foto-elaborazione di E. Gioacchini, 2009

martedì 2 giugno 2009

NOI NON CE NE ANDIAMO DOCILI INCONTRO ALLA NOTTE

@ Nina
su "Dramatherapy, the Power of Propaganda"

Esiste un’intera progenie dell’oscurità notturna: da Ade a Eros, da Hypnos a Venere. Non tutti sono benevoli: alcuni di essi ci conducono nel sacrario di un onirico malvago, intriso di mostri e malesseri. Afferma James Hillman:
Non ci viene detto che i sogni ci aiutano, che rendono più completa la nostra vita indicandoci la direzione delle nostre tendenze creative. Né ci viene detto che i sogni sgorgano da una polla inconscia di piacere libidico, da un pozzo di desideri. Al contrario, i sogni sono i parenti degli inganni e dei conflitti, delle lamentazioni, della vecchiaia, dell’irreversibilità del nostro destino […] Il sogno ci trascina verso il basso con i suoi ritmi rallentati, la sua introversione […] Noi non ce ne andiamo docili incontro alla notte” (da “Il sogno e il Mondo Infero”, J. Hillman, Adelphi, pag 50).

Adolf Hitler. Ritrovarlo, Orrore Sacro tra realtà e sogno, in un campo di concentramento - suo vessillo - senza commutare l’inammissibile. Indossa paramenti che rammemorano la tastiera bianconera di un pianoforte rovesciato in verticale; ma è uno straccio liso, povero, e l’Orrore riassume l’iconografia dello scabroso ebreo tragico e rinsecchito dei lager spinati. È anche, Hitler, debitamente eguagliato all’indecenza dei rom, prigionieri politici, dissidenti, omosessuali… :
“In fondo si sarebbero potuti salvare se fossero divenuti bianchi, biondi e celesti negli occhi, e la promessa della vittoria può farne di trasformazioni. Ho provato una desolante tristezza una completa impotenza" -Director.

ORDINI IMMEDIATI:
-Estorcere misure di sicurezza nel pensatoio e substrato tirannico-eroico.
-Espungere conflittualità imbavagliate, tacite non per problemi di coscienza, bensì per estraneità egoica o di
ego ipertrofico, adducendo loro qualche comportamento maniacale. Tesi da verificare. Troppo tardi ormai.
Troppi rinoceronti. Io sono l’unico Dio.
-Sali di Zyklon B e forno crematorio: 1500 corpi in meno al dì.

"Erano sporchi, malati, fanatici e troppo orgogliosi per parlare, ed orribili con quel lacrimoso Passo Buchenwald… direi inutili, per questo li ho eliminati”.

Oh, amletico Hitler, senza domanda sull’essere, a riconfermare l’eterna diade: Identità o non-Identità? Oh, Fuhrer alemanno, Grande capo di orde barbariche provenienti dalla Selva Nera. Nere stretture, scorciatoie d’alberi docili alla notte, laddove trasumanarono leggende antropologiche d’un popolo devoto alla violenza, alla trafittura, all’ingordigia umana-animale senza minimo riflusso gastrico o tenuamente morale.
Lassù, nella Tana del Lupo, una bomba esplose tutta per te. Provvidenzialmente non moristi, perché il Male non perisce mai. O fu l’intercessione di un Dio troppo buono, che sprofondava distratto nel suo aculeo d’occhio, pungigliato da questioni vaticanensi da risolvere, anch’esse, con urgenza? Pio XII, il Papa dell’offertorio sacrificale, tramutò il suo mite affanno giudaico in-differente diniego verso quel male nordico, senza voce pronunciare-fermare. Era anche lui rinocerontico nel pregare sfarfallamenti di salvazione –qualche migliaio di giudei– con opinabile atteggiamento ecumenico, in cui tutti i popoli venivano a Dio secondo eguale diritto di vita.
Tu, anima-guida teutonica, tra acque gelide di un Lethe infernale.
Tu, con il Rinoceronte in mano al posto del teschio, non ti penso maratoneta inorridito tra un cadavere e l’altro: là– nel reame delle ossa e dei corpi bruciati. Mentre piove incessantemente lanugine santa. Come fosse polvere, polvere, polvere: quella di Bérenger?

BERENGER Resterò quello che sono… Sono un essere umano. Un essere umano! (pag.127).
Sua Maestà Dittatura persino all'interno del lager –Ionesco sarebbe tornato indietro nel tempo, quello del sogno?– ti offri sozzo, sudicio, maleodorante, ilare tra i fragili. Eppure continui ad osservare il trofeo del Carisma e dell’unico Figlio, nonché Padre Salvatore, alla ricerca d’approvazione onnipotente. Tu, che eri scuro, oscuro, talvolta assente. Sempre presente.
Lassù, nella Tana del Lupo, con i tuoi rinoceronti al seguito, pronti ad ogni tattico marchingegno. Perfetto burattinaio, geniale stratega nell’arte della Guerra.
Intanto, la pillolina per dormire; l’ansiolitico per ammansire gli attacchi d’ira funesta; l’antidepressivo giornaliero.

BOTARD, DUDARD, PAPILLON, JEAN Heil Hitler! Heil Hitler! Heil Hitler!
BERENGER Devo immaginarmi il peggio, perché il peggio è possibile […] Non c’è più nessuno! (pag.127)

E la propaganda di un’atletica, bellissima Leni Riefenstahl… con i suoi orgasmi filmici in nome dell’arte, della comunicazione, del linguaggio trionfante –non disgregante– nelle sale cinematografiche, nel parterre mondiale delle Olimpiadi. Come ritraeva bene –il male, Leni!:

LENI Quant’è noioso, Bérenger... Ma proprio si rifiuta di capire... A noi sta bene la Germania di Hitler, sta bene Hitler! Quasi ci conforta portarlo nelle case, nelle televisioni, in prima pagina, come se questo Male apparente fosse un Bene necessario. Una carnalità non banale, né volgarmente terrestre. Da non tacere per risolversi nella sua magnificenza…! Abbiamo un pubblico che ci ascolta… Capisce? Il problema è che lei vuole ossequiare il Rinoceronte, vuole consegnarlo alla Storia con discernimento fecondo. Ma stiamo dentro l’urna del Novecento, non se lo scordi!

Quale solerzia ed infatuata professura di genere! Onore alla Gioventù Hitleriana, onore ai Goebbels, agli anticorpi della dinastia hitleriana dell’Europa fantasma, illogica e superficiale del 1924, del 1933 e del 1939.

BOTARD, DUDARD, PAPILLON, JEAN Realpolitik! Realpolitik! Realpolitik!

Tu, Europa: La responsabile.
Tu, Europa: La spaiata.
Tu, Inghilterra: ancora a idolatrare L’Eternauta Ammiraglio Nelson.
Tu, Francia: nel ricordo di un Bonaparte Imperatore.
Tu, Italia: La coda del ratto, la non-esistenza. O l’esistere d’un populismo filo-mussoliniano dalle iniziali buone intenzioni.

BERENGER E queste metamorfosi, saranno reversibili? Eh? Saranno reversibili?... Saranno una fatica d’Ercole, al di sopra delle mie possibilità. Se ti uccido, Herr Hitler, loro torneranno umani, forse…
Un colpo alla nuca, e via! Via il Rinoceronte! Via la rinocerontite! Tornerà Daisy… La mia Daisy, il mio amore unico… Io non mi arrendo! Non mi arrendo! (pag. 129)
LENI Giornalisti, registi, scrittori, epicurei: ci eleviamo a purgatorio mediatico! L’interiorità ci è cara, sì!, ma nell’identica misura in cui ci è insopportabile perdere di seduzione!
BERENGER Sì, un proiettile! E la Storia dell’Umanità cambia… Non mi arrendo!

Smettere di osannare ogni Hitler per le strade e nelle culle.
Far emergere la nostra voce inabissata nel ventre, lì rimasta fra tanta desolazione remota: "Il papino e la mammina" che furono, a volte talmente castranti da uccidere riferimenti per il loro bimbetto, mal-divenuto bimbetto e adulto; con apparato sinestetico voce-gesto-cuore da far emergere, senza far bivaccare totalitarismi di genere vario.
Trattasi di criminalità dell'amore per eccesso o decesso o devianza dell'amore medesimo?

Sorge nuovamente il quesito di Auden, quando dice: “La verità, vi prego, sull’amore”.
Noi vogliamo l’amore. C’entra qualcosa con rinocerontini corazzati di difese?!

Note: Tutti i dialoghi riportati in corsivo sono di Nina Maroccolo.
Le pagine fra parentesi si riferiscono a dialoghi tratti dall’opera di E. Ionesco “Il Rinoceronte”, Ed. Einaudi.
Foto: "Goebbels & Hitler"

martedì 19 maggio 2009

Drammaterapia: Un Rinoceronte In Libertà...

@ Plinio Perilli

È pericoloso. “Un rinoceronte in libertà è pericoloso… ” ammette Berenger già nell’atto primo del capolavoro di Eugène Ionesco (Le rhinocéros, 1959). Ma l’equazione è insieme banale e sapientissima… Perché è anche e ancor più pericoloso –dopo tutta la costruzione e l’ammonimento antropocentrico della sua pièce – che un rinoceronte non sia, in libertà! Cioè a dire, nella savana o nei continenti che più gli aggradano. Figurarsi –invece– nell’abitato educato, pedante e maldestro d’una piccola cittadina di provincia francese, in pieni, grigi e sconsolanti anni ‘50…

BERENGER Tutti i pompieri! Sono tutti dei rinoceronti! Un reggimento di rinoceronti con la banda in testa!
DAISY Sfilano sul viale!…
BERENGER È la fine, la fine!
DAISY … altri rinoceronti escono dai portoni!
BERENGER … dalle case…
DUDARD … persino dalle finestre…
DAISY … e raggiungono gli altri!

A un certo punto della rappresentazione, viene quasi da credere che questa satira serissima, anzi drammatica, metta al centro, incarni (o meglio incorazzi) nel rinoceronte scorrazzante e poderoso, la stessa terribile irruenza della vera libertà mal gestita…
La vera Libertà (il vero paventato e poi apparso rinoceronte), fa paura, destabilizza e schiaccia tutto – sgomina i luoghi comuni, carica e incorna tutto e tutti, a cominciare dalle nostre assurde, fedifraghe coscienzuole di borghesi insopportabilmente postromantici, e finanche esistenzialisti…

Che il teatro dell’assurdo fosse un netto passo in avanti perfino rispetto al glorioso teatro esistenzialista (da una cui costola pur nacque!), certo lo pensarono in molti.
Dopo ogni guerra mondiale del ‘900, ricominciare, ricostruirsi, originò un teatro che davvero spaccava in quattro quel che restava dell’Io… Un Io che neppure più i romanzieri sembravano in grado di gestire, di rinfrancare o tacitare, secondo il caso. Pirandello fu il miglior figlio dramatico della Grande Guerra, dove tra pazzia e realtà, nemmeno al suo Enrico IV (1922) era dato stabilire un confine…
Dopo l’ancor più atroce Seconda Guerra Mondiale, chiusa (o forse peggio prolungata) dalla bomba atomica, potevano ormai ben poco perfino gli struggenti dramma di Sartre e Camus. Caligola (1944-45) impazziva per davvero, ma lo salvava in fondo la Storia, e soprattutto la società allargata dei finti sani, dei pagani apostoli creduloni in una qualche ancora “Normalità”…
Adesso Enrico IV era Ezra Pound, imprigionato a Livorno in una gabbia di ferro come (vero, lucido) sano, e liberato come (finto) pazzo… Poteva infatti rimanere in un manicomio criminale il (notoriamente) più grande poeta del ‘900?
Soltanto ossa e cuoia stanno fra te e il τò παν”,
[toh pan, il tutto]

Certo che no – e il nostro stesso ‘900 non l’avrebbe saputo tollerare… Sarebbe stato come vedere una carica di rinoceronti dentro una delle nostre quiete, sane, un po’ noiose ma smaliziate cittadine…
Ma ora, e per davvero –solo ora– l’Assurdo poteva gloriosamente andare in scena, intavolare scene e gangli e dialoghi di sopraffina ma urticante verità interiore...

BERENGER (sempre più seccato) Non sta a dimostrare un accidente! È tutto un rebus, una pazzia!
DUDARD Prima di tutto bisognerebbe stabilire che cos’è la pazzia…
BERENGER La pazzia è la pazzia, no?! La pazzia è semplicemente pazzia! Lo sanno tutti che cos’è la pazzia! E i rinoceronti, sono pratica o teoria?
DUDARD L’uno e l’altro.
BERENGER Come sarebbe a dire l’uno e l’altro?
DUDARD L’uno e l’altro o l’uno e l’altro. È da vedere.
BERENGER Allora a questo punto io… io mi rifiuto di pensare!

Davvero Ionesco mostra la società umana come priva, anzi deprivata, o quasi, di realtà: ne rappresenta gli aspetti fenomenici solo per rivelare il nulla che li sottende. Un Nulla insieme quotidiano e gnoseologico, conversevole e metafisico. E in questo disvelamento minimo e supremo tra realtà e nulla, egli accelera e abbraccia uno stile che riprendeva le deformazioni linguistiche di un Alfred Jarry (Ubu re esce nel 1896, Ubu incatenato nel 1900), perfettamente capovolgendo –ha scritto Alberto Savini– la “règle du jeu”… Ionesco, e per sua stessa ammissione, persegue, a colpi di nonsenso, una morbida ma accanita lotta “contro l’eterno borghese che è dentro di noi, quello che spunta sempre di qua o di là d’ogni sovrastruttura sociale”…

Di padre rumeno e madre francese, Eugène Ionesco (1912-94), esistenzialisticamente diviso fra Bucarest e Parigi, ha sempre vissuto sulla propria pelle le incongruenze ma anche le scappatoie, i bizantinismi duttili e feroci del linguaggio. Ed è il linguaggio l’anima ricettiva, senziente e amplificata degli uomini e dei problemi che immette sul palcoscenico dei suoi drammi, di volta in volta frammentati, ameni o implacabili d’assurdità: La cantatrice calva (1950), La lezione (1951), Le sedie (1952)…
L’Assurdo che già fu caro a Sartre e Camus (ma soprattutto a Beckett, Adamov, Tardieu, Vian & Co. …), trova in lui l’alfiere più lucido e insieme tagliente, più sarcasticamente capzioso e sillogista:

Surrealismo verbale? Anticommedia? No, non bisogna aver paura di sottolineare l’aspetto ludico –eminentemente esorcistico– dei drammi di Ionesco. Gli estremi, si sa, si toccano… E poi, De Monticelli ha ragione, “Ionesco si serve della deformazione del linguaggio usuale per far saltare in aria la realtà e scoprirne gli aspetti segreti, grotteschi, feroci”… Il Nostro stesso non ci lascia dubbi, specie quando rapporta tanta scombiccherata e scudisciante maieutica ad un travagliatissimo parto d’autocoscienza:
Il problema è di andare all’origine delle nostre angosce, di ritrovare il linguaggio non convenzionale di queste angosce, forse attraverso la disarticolazione di quel linguaggio sociale che è composto di clichés, formule vuote, slogan”…
E dunque, altro che umorismo “informale”! –come pur molti lo rubricarono… Del resto, pur ondivagando tra le più riuscite riduzioni (che calamitarono, per intenderci, da Jean-Louis Barrault ad Orson Welles, sino ai nostri Glauco Mauri e Mario Scaccia, per la regia di Franco Enriquez del ’61), è ormai acclarato il forte valore didattico di quest’opera che ambisce, inopinatamente, a darci un ultimo disperato, paradossale, certo, e ribaltato messaggio umanista:

BERENGER ……………. Troppo tardi, adesso! È finita, sono un mostro! Sono un mostro! Non diventerò mai più un rinoceronte, mai, mai, mai!… Non posso più cambiare. Vorrei tanto, ma non posso, non posso! E non posso più sopportarmi, mi faccio schifo, ho vergogna di me stesso! (Si volta, spalle allo specchio) Come sono brutto! Guai a colui che vuole conservare la sua originalità! (Ha un brusco sussulto) E allora, tanto peggio! Mi difenderò contro tutti! La mia carabina, la mia carabina! (Si volta verso la parte di fondo dove si vedono le teste di rinoceronte. Urlando) Contro tutti quanti mi difenderò, contro tutti quanti! Sono l’ultimo uomo, e lo resterò fino alla fine! Io non mi arrendo! Non mi arrendo!

Resta un uomo, cioè un mostro… Equazione indicibile, inaccettabile, eppure perfettamente veridica e, come dire?, sperimentabile… È vero che di continuo cerchiamo, ci illudiamo di cambiare… Ma nemmeno i sognanti incubi lirici dei più temprati surrealisti, erano giunti a tanto… Neanche il “Sesto animale” di Guy Cabanel, era giunto a tanto:

… È il gigante dalle cosce di pelliccia che oltrepassò la soglia e apparve allo scopo di seminare il terrore per lui salutare nelle coscienze che neppure osano sussurrare il suo nome.
Nella campagna che tace, anguilla, tu corri via tra l’erbe alte per sorprendere il colloquio degli uccelli della notte e, nei risvolti dei sentieri, annusare i passi dei lupi.
Ma le macchie della luna vengono a avvilupparti la schiena di luminescenze sinistre ove corrono come pulsazioni gli zebù di borace che a grandi cadenze nascono dal semplice gioco dellev tue cupe passioni il cui riflesso ti carica il volto dell’accesa nebbia propria alle immensità dell’aria
”…

Ma qui, con Ionesco, il palcoscenico dell’Io è fin troppo bene illuminato, e non c’è bisogno di salvarsi con le vie di fuga dei sogni visionari, degli incubi tantrici, spettrali eppure fecondi d’umanità risvegliata… Ci viene in mente un’antica, terrifica intuizione di Leopardi, che il 28 luglio 1823, prendendo appunti nel suo prezioso, inzeppato e lungimirante Zibaldone, aveva il coraggio di ammettere, a nome di noi bipedi razionali tutti, pitecantropi eretti verso il Moderno, la nostra spaventevole, vanitosa e mostruosa umanità malcelata. Di mostri, nel genere umano, ce ne sono di più che in qualsiasi altra specie animale… “Mostruosità e difettosità d’ogni sorta”…
Impossibile anzi comprendere tutte le mostruosità (chiamiamoli i Rinoceronti!) dell’esistenza: “L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità” (17-22 aprile 1826)…
La Malattia Chiamata Uomo di Nietzsche, rimane una fervida, un po’ ingenua gita scolastica, una tenera divagazione da luna-park…
Mostri veri o nascosti, metamorfosati o in incubazione, è lo stesso: la verità chiama metafora, e viceversa. Mentre un branco mentale di Rinoceronti, variegati unicorni o bicornuti, invade anche il villaggio o la metropoli di queste pagine e barrisce, solleva polvere, schiaccia tutti i gatti, o gli stereotipi, o i Berenger male armati di fucili o controretorica, insomma gli Io spaiati, accoppiati o collettivi che sia dato trovare sul loro massacrante e livellante percorso.
E l’unica Libertà che ci confina, che ci resta, è forse solo quella di vivere, di accettare, di educare (non basta, rinnegare!) tale umanissima, ohibò, umanistica, denudata, suadente e sincera Mostruosità:

BERENGER …………. Come vorrei avere una pelle ruvida, e quel magnifico colore verde scuro……… (Ascolta i barriti) Il loro canto è attraente, forse un po’ rauco, ma certo attraente! Se potessi anch’io cantare così! (Cerca di imitarli) Aah! Aah! Brr! Brr!

mercoledì 13 maggio 2009

Le Ciliege. Chissà se i Rinoceronti se ne cibano?

Sono stato meglio, Daisy, dandomi ragione, dandoti ragione, differenti, ma vere, senza fretta e con la polvere scivolata, abbondante, dalla superficie del corpo e del pensiero. Una sensazione aspra e dolce, fatta di silenzio e ciliegie di prossima stagione, che, comunque, consola gli eventi, qualunque essi siano e sia stiano sviluppando”.

Hai centrato Nina, nessun dubbio, del centro, di te che centri, del vanificarsi nel nulla della domanda "...ma noi che c'entriamo"?!
Siamo sempre in causa, per il semplice motivo di essere ed esistere a questo essere. Declinati dovunque e comunque. Diciamo che a me non basta più, con tutto il sacro e profondo rispetto per Watzlawick che ho avuto la fortuna di conoscere, affermare che "non si può non comunicare". Della "comunicazione" la nostra era ha fatto una chimera, e Ionesco se ne accorge. La comunicazione non può esistere per se stessa o diventa una magia primitiva adottata dal "tiranno". Dovrebbe essere "terapizzata", mi verrebbe da dire con Wittgenstein, epurata dalla "persuasione" degradata a statisco elemento suggestivo sulla massa, perchè si sa, comunqe raccoglie, senza comunicare in certi casi, chiedendoti la silenziosa adozione di pensieri, piuttosto che il dialogo su essi.

E quando anche l'ultima "speranza" -come tu dici-, quella di una "rispondenza" da Daisy, si spegne, a Bergerer non rimane che fare del sogno temuto... una estrema e breve speranza nuova: essere anch'egli un rinoceronte! Affatto convinto, ma disperato di una solitudine insostenibile. Ma i sogni sono veri solo dall'interno di essi, come gli incubi, per questo, se vivono nella luce del giorno, ricorrono alla forza selvaggia di un'allucinazione o di una guerra, per non vaporizzarsi come la forza di Ercole. E dunque ci sarà quest'ultimo tentativo, dopo di che l'epilogo "eroico" della carabina imbracciata a difendere le ragioni della paura.

Il passato, pure confuso tra i mille linguaggi che la sua povera mente alcoolica non riesce a conciliare, bastonato dalla trasformazione degli affetti intorno, qualcosa gli ha insegnato. Esce di corsa, totalmente compreso nel proprio intento ed attraversa la strada, mentre stupendi esemplari di rinoceronte attraversano la via in tutte le direzioni. Esce indenne da quel groviglio di corna festoso -come "dei bambini" afferma Daisy- e si precipita verso la casa di Jean. E' devastata, uno scheletro aperto che mostra al cielo poltrona e tavolino, appendiabito a terra e carte sparse, un cucchiaio. Berenger si arrampica. Più che salire egli, sono le cose "sfogliate" violentemente verso terra a finire in basso; una talpa verso il cielo, senza più alcuna porta da sfondare. E' sudatissimo e brillante al sole, proprio come il povero Jean quando si trasformava. Raggiunge le cinque tavole del pavimento ancora sorretto e prende posto sulla poltrona dell'amico. La testa è tirata indietro a prendere aria davanti, quella acre scaladata dal sole e dal calpestio infernale degli animali di sotto. "Una penna...una penna?" - La trova. Ora il caro filosofo è in lui; in lui è l'amico Jean, Dudard e Papillon, Botard e persino la solerte mano del pompiere che sta barrendo in strada e che l'ha aiutato a scendere dall'ufficio, non molto tempo prima. Gli rimane un ultimo atto, farli parlare in sè, restituirli all'umanità del loro progetto iniziale attraverso il suo ricordo. Accozzaglia di nozioni, e tuttavia che si svolge dentro e non là fuori, nell'arena degli animali a caccia di uomini e di aloiena trasformazione. E scrive...


"Cara Daisy,
non so se siano stati i Rinoceronti, la tua prossima trasformazione forse (?), ma sei l'ultima cosa vista fino a questo momento e la più cara, la più persa. Ho bevuto molto nella mia vita ed ho rubato tanto senza tenermi nulla o questo pensavo sino ad un momento fa. La disperazione scava nei posti segreti, e, fuori ogni virtù, ci fa più attenti. Non posso conquistare te, nè la logica e la "normalità" per questo mondo, ma voglio salvarli in me, piuttosto che tra la polvere di bestie in cui non mi riconosco, la cui potenza -ora vedo-, abbaglia, affascina e seduce. Tuttavia...

Tuttavia...questo non basta per "esistere"; intendiamoci, basta per esistere per ognuno di noi, ma poi la costante moltiplicazione di ciò che siamo nell'incontro costante con gli altri...ahi...ci chiede altro...
Nei rapporti importanti che i pianeti hanno vi è la stessa 'attrattività'...Non si oppongono nel gioco-giogo del reciproco dominio. Ma lì è' 'l'amore' delle masse gravitazionali. Immagina la luna che forzi a staccarsi dalla terra, e quest'ultima che l'abbandoni e la lasci sola nello spazio. No, decisamente l'esistere' nelle relazioni è fatto di scambio ed una certa magia d'intensità, senza logica, che arriva con il tempo, che si dilegua nello stesso. Non si può prevedere. Pensare che possa esistere un pianeta davvero meraviglioso da qualche parte nella galassia, anche se me lo dice l'iferometro di Fabry Perot -in realtà sarà costruito solo tra qualche anno-, a cosa serve? Io debbo poter pensare che esiste anche per me, nella sua infinita, pur remota possibilità di comunicare con lui, incontrarlo e sapere che è d'accordo all'incontro. Allora 'esiste', altrimenti 'è'. Ex-sisto...quanto pongo davanti a me qualcosa e so che quella cosa si lascia osservare e forse...qualche volta ti osserva. Magie impossibili da prevedere, ed assurde da costruire, ma che vivono a doppio senso. Ah... caro Jean quanto mi hai detto!
Noi, porzioni di galassia troppo lontane, potrei essere d'accordo; tu troppo occupata a gestire il tuo nuovo "spazio" siderale di fascinazione per la bellezza e la potenza, assolutamente ragionevole, davvero. Ma non si sceglie di essere soli, si cammina da soli, è diverso. Si oggi una bella giornata, nonostante tutto. Non mi arrenderò, ti bacio. Stagione nuova. Prossime le ciliege. Chissà se i Rinoceronti se ne cibano? Restano loro, Bergerer
".
Chi è che resta? Le ciliege, i Rinoceronti? Un nuovo senso da costruire, la restaurazione delle Case? Degli Abitanti? la sostituzione dei Suppellettili? E che farne della paura? Quanti slogan abbiamo visto, mancini e di destra, centrali e spostati... a fare della nostra paura una "rinocerontite post-terremoto"? Berenger gira di notte con una carabina inforcata sulla spalla...Buca cartelloni e locandine, schermi LCD e Hd, mai l'uomo, e con enorme soddisfazione scopre ogni volta che la mano poi passa attraverso quel buco, si consola che nulla è davvero perso.

Foto: Dramatherapy Blog Cherries, 2009

mercoledì 6 maggio 2009

Avete mai visto quegli involucri di uomo come risucchiati da dentro, prima ancora di morire, nella magrezza di una prigionia che si chiama olocausto?

Su Bérenger, tra primo e secondo atto -E. Ionesco, Il Rinoceronte
Ieri parlavo con Federico e mi diceva di questa meraviglia di un Bérenger che tra primo e secondo atto è come costretto a capovolgere ottica, camera e mano. Eh sì, perché il Bérenger del primo atto, fumoso dei vapori di un alcol recente –egli dice di nò all’amico Jean, ma vai a capire poi se vero…-, incapace di seguire la lucida follia della logica del suo amico, che schiaccia osservazioni e rapporti sulla realtà, deve fare la parte del supplente alla “ragione” dello stesso nel secondo atto, mentre lo vede “pericolosamente” trasformarsi –sic…anche lui!- in un rinoceronte. E si badi bene, lo “scandalo” di Bérenger a questo fatto è proprio la supplenza a quanto dell’amico sarebbe insorto a tale “riprovevole” trasformazione dell’umanità in bestialità! Hai ragione Federico, e credo che sia tenero il sentimento di Bérenger per Jean, o quello che di quest’ultimo, in memoria, sopravvive ancora in lui. Questo miscuglio di Bérenger e Jean approda ad un carattere improvvisamente “ridicolo” nelle sue recriminazioni alla metamofosi che lì si svolge, nello scandalo solo formale per quanto sta accadendo in tutti e nell’amico, oscillante tra il preoccupato ed il pauroso; ecco forse un tipo di paura che fa riconoscere ancora l’anima del Bérenger del primo atto. Reverenziale timore che parla ancora di sottomissione al potere del pensiero, in nome della mortificazione degli istinti. Terribile destino questo del personaggio –ancora al secondo atto-, comunque perdente nel confronto, vuoi “alcolico”, vuoi "ragionevole", con l’amico e con il senso della propria esistenza! Ma, del resto, mentre gli altri personaggi vanno incontro ad una trasformazione materiale, visibile, risibile forse, se capace di generare nell’assurdo tanta comicità, che inquieta e fa interrogare, per il povero Bérgerer la vera methamorphosis si gioca dentro, nella sua coscienza. Dicevo, il vero confronto è con la vita, rispetto alla quale tutto intorno può rischiare di perdere un’identità, perché è il sogno dell’inconscio che si sta svolgendo, assurdo nelle sue contraddittorietà; differente e lacerante per il nostro personaggio, invece, assistere “fuori” al duello tra ragione ed istinto; l’istinto individuale, ma anche quello che precipità l’individualità nell’orda del gruppo e del suo “comandante”…

Si precipita al telefono, apre la porta, chiama “Polizia, Polizia…” –ora, la strana sensazione, improvvisa, di questo ricorso simbolico all’epurazione del “diverso”, dove la ragione o la ragion di stato non si concilia con l'evento…ma andiamo avanti- e qui io lo colgo “smarrito”. Momento prezioso, in bilico, oscillante tra recente passato ed incertezza del prossimo futuro. Decido allora di regalare a Bérenger un ulteriore scena. Una cosa è immutata, si dico “immutata”, nella sua mente, l’amore per Daisy, così intriso di ragionevole sogno -quale ragione potrà vietare al cuore di battere?-, momentaneamente sospeso per il precipitare di così “furiosi” eventi. Potrebbe lo shock di quanto visto avvenire nel suo amico, la sua devozione per un sentimento ora anch’esso in pericolo, dargli coscienza nuova di sé, di un autolimite sposato e dentro al quale non è stata più ricercata altra raison d’etre, altra evoluzione? E' davvero solo spettatore? Bérenger prende un foglio dalla scrivania dell’amico Jean; anzi si siede poprio sulla sua poltroncina, di traverso –per dritto sarebbe troppo…in tutti i sensi- e si mette a scrivere. La polizia è appena venuta, il Rìnoceronte-Jean è scappato. La stanza, la casa sono vuote, così come vuoto, poco prima, era diventato il suo ufficio e la questione della "puntualità" -con il destino!. Cosa rimane? Egli pensa a Daisy e le scrive di getto, nel convulso affastellarsi di sogno e realtà…

Ho posato 'i piedi per terra'; quelli li ho visti sprofondare nella polvere della monotonia e consuetudine, dell'ordine formale delle cose. Tutto stava arrivando alle caviglie...pensa...e già le ginocchia cominciavano a temere assalti del suolo verso il cielo! Mi consolavo di mani capaci di spaziare, cercare contatti desiderati ed occhi abili ad osservare e gustare i paesaggi che conosco e che potrei conoscere ancora; ma lì, impietosa, la massa di scorie verbose, affanni, regole e giudizi linguistici, ha continuato a lievitare intorno a me. Superate le ginocchia, già prossima alle anche, ha addormentato con la prudenza la linea della 'vita', togliendole la trasversalità dei movimenti, della novità. Ho preso fiato, ti ho pensata ed i polmoni hanno incamerato più aria del necessario per fortuna, ma comunque sono rimasto quasi sepolto dai fatti, dalle scuse, dalle spiegazioni, dall'opportuno, dalla logica, dal buon senso, dalla pigrizia, timore ed osservanza. Contemporaneamente quanto sta accadendo nel 'nostro' paese. La sua trasformazione globale –prossima a toccare anche a me? A te?-, del più caro amico…ha dissolto anche la “logica”, la speranza di te Daisy, in bilico tra desiderio e timore. Non c'eri piu'. Un pensiero sgradevole, sai, quasi peggio, forse, dei sogni quando ho alzato troppo il gomito. Ti eri annidata, prima, e non avvertivo più i pigolii di vita e sbattimento di ali, le mie, le tue, dopo. Mi sono detto...'Bérenger, il momento opportuno...Bérenger! Forse sei l’ultimo, è vero indegno…, ma unico baluardo a quanto sta stravolgendo il senso delle cose, e Daisy rimane ferma dentro te'. E mi sono risposto: 'Al diavolo! Il momento opportuno non è nel furtivo trattenere e prolungare uno sguardo o soltanto in quello –quante volte l’ho evitato mia Daisy, nei tuoi occhi-; nella ridondanza di presenza e racconto dal vivo!'
E' anche nel sogno, nell'idea, nello scritto, nel desiderio non conosciuto, in uno scrigno insospettabile di primavera e sensazioni risvegliate, accidenti è anche in questo! ".

Tra prima e poi e parti proprie ed adottate, Daisy a fare appiglio. Non alla comprensione delle cose o appoggio ai fatti, ma alla vita. Non è quest’ultima che pericolosamente Ionesco ha visto spegnersi nella omologazione sotto il “comando”, nella mortificazione dell'istinto, o peggio, nell'asservimento di esso alle ragioni del "potere? Non è proprio il Sogno che qui Bérenger invoca a ridare speranza all’umanità guidata, protetta, esortata, esaltata, avvilità, imprigionata, svuotata -avete mai visto quegli involucri di uomo, come risucchiati da dentro, prima ancora di morire, nella magrezza di una prigionia che si chiama olocausto?- ed alla sua coscienza?

Sono stato meglio, Daisy, dandomi ragione, dandoti ragione, differenti, ma vere, senza fretta e con la polvere scivolata, abbondante, dalla superficie del corpo e del pensiero. Una sensazione aspra e dolce, fatta di silenzio e ciliegie di prossima stagione, che, comunque, consola gli eventi, qualunque essi siano e si stiano sviluppando”.

Foto: Rhinoceron, by Steve Boom

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

COMUNICATI STAMPA