@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

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martedì 12 gennaio 2010

Drammaterapia: Afghanistan, video kamikaze strage Cia. L'an.ima senza confini

(ANSA) "9 gennaio, 15,30  - DUBAI - Il giordano Humam al-Balawi, agente doppio di al Qaida, in un video ha affermato di essersi voluto vendicare dei servizi giordani e Usa.

E' la giustificazione per l'attentato suicida del 30 dicembre in Afghanistan in cui sono rimasti uccisi 8 agenti Cia. E' quanto ha affermato lo stesso giordano nel video-testamento diffuso oggi dalla tv al Jazira. Il padre dell'attentatore ha confermato l'identita' del figlio, lo definisce un martire e per la sua morte accusa la politica Usa nella regione"



Quanta tregua regala ha il fermo immagine di quanto ricade al suolo dopo la deflagrazione? Non puoi "rallentarlo" in eterno; non puoi "negare" la pellicola, nè farla scolorire sotto la luce pungente di un proiettore acceso a piacere...Così, dopo lo scoppio, i nostri spettatori ne hanno riprodotto l'eco. Crudele, silenzioso, quasi immoto. Non vi è stata più distinzione tra la recita di ciò che si è e di quanto ci viene raccontato, perchè nessuna moviola a sottolineare un "fuori gioco" che annulla l'azione, banalizza l'attacco, contravviene i goal nella tua testa. Ospiti, loro, ospiti gli attori, ospite il luogo e le luci ed il silenzio. Importante performance del pubblico, grande amicizia con la Storia, un sentimento che fa male, senza eroismi, denudato dalla retorica della "guerra", dei "confini", della "fede".




La devastazione dei luoghi della vita è un simulacro assolutamente povero rispetto all vita fatta brandelli. Carmen e Tonina sconconvole: il pubblico è scoppiato insieme agli attori. Quale kamikaze, quale moltiplicazione del "morire" a muovere il drama che "nasce", embrione della coscienza che ha bisogno della propria "storia" per vivere. Ed allora sono gli occhi di questa madre e di questo figlio a proiettare la scena. Essa, la scena giace con il loro sguardo immobile, mentre-lo dicevamo. il cielo ancora sta precipitando insieme pezzi di carne e di terra, per tornare alla finta quiete del nulla, che nulla non può più essere. Tutto non è avvenuto, chiede con poetà uno spazio di supplenza al poi e la coscienza cresce, assoldando un fragoroso dolore, muto, ma violento, fatto più di paralisi che di atti.



Madre e figlio (nella piece Carmen interpreta il ruolo del "figlio") crollano insieme a tutto. Sedute, dentro la loro anima continua la caduta di tutto, della speranza fondamentalmente. La pietà assolutamente "egoistica" verso quanto rimane di quanto era stato e sarebbe potuto essere ancora. Il processo drammaterapico lavora verso i due poli: ruba alla scena per ricrearla dentro, il più spesso silenziosamente. Allora l'attore, l'interprete appare irretito, l'hypnodrama addormenta la soglia di consapevolezza dell'individuo, quasi naufrago tra appigli incapaci di trattenere, sorreggere, dirigere. Una importante regressione lavora al servizio dell'Io.



Ora, quanto della realtà fisica è fuori può essere lasciato "fuori". Tutto è stato messo dentro, rapinato dalla scena e processato nella "scatola nera". L'immobilità si scioglie ed il dolore diventa umido, cerca il contatto, la condivisione: ha inizio il processo di catarsi. Il figlio si abbraccia alla madre, così poco figlio se è stato abbandonato, così poco madre se ha lasciato andare. La "iscrizione" del senso di colpa dona un amaro conforto, forse il pentimento farà risorgere; momento importante per importanti "rivelazioni", oltre la nevrosi verso la capacità della "perdita".

Foto: Foto di scena de "Il Kamikaze". CDIOT, 21 dic. 2009

Drammaterapia, Kamikaze, Fase d'Incubazione del Dolore






Di lì a poco si farà scoppiare e bandelli di cielo annerito si mischieranno, finalmente, a zolle di terra bruna ed arsa. Sotto quel cielo la Storia non trascorre. Il Cielo è fermo, arruginito per i passaggio di aerei carichi di morte, ma fermo. Come il tempo "senza soluzioni" che inchioda a preghiere e sacrifici. Questo pensa il Kamikaze, inchiodato sulla terra, prima del grande volo, sulle ali della disperazione diventata persino invisibile, ma scritta nella lunga lista delle perdite dei suoi congiunti, esplode la rabbia dell'esempio. Che l'infedele sia convertito con la parola, con le azioni ed infine con le armi. E se l'infedele ti ha sottratto la tua "terra", nella sua "terra" userai la potenza del Dio, sarai tu stesso l'arma estrema ( "...non voi li avete trucidati, è il Dio che li ha uccisi" Corano,8/17). In un solo istante la tua vita non ha prezzo ed insieme conquista quello sconfinato del sacrificio...


Foto: Foto di scena del "Il Kamikaze", laboratorio aperto dell'Atelier di Drammaterapia Liberamente, 21 dic 2009.

venerdì 24 luglio 2009

Drammaterapia e Non: "...piumata spensieratezza, evitando il pensiero"?

@Carmen vs Spartaco


Caro amico, spesso le domande ci portano dentro labirinti oscuri e spinosi che al solo passaggio lasciano ferite così profonde che fanno fatica a cicatrizzare; ma con il tempo ho capito che quelle domande, quei labirinti ci aiutano a crescere. So, per vissuto, che chi arriva da un passato emotivo talmente carico non fa altro che cercare la piumata spensieratezza evitando il pensiero. La vita è qualcosa di incomprensibile caro Spartaco, forse questo lo sai meglio di me. Spesso accadono cose che ci fanno male senza nessun motivo, ma solo perchè devono accadere e ci trovano lì fragili come cristalli. Si perde la forza di pensare, di agire, hai solo voglia di fuggire, di perderti in un'altro infinito. Quell'infinito che sfiora l'anima sperduta. Ma i pensieri e le angoscie ci travolgono e come un battito di ali quell'infinito svanisce. Spartaco...le domande mi fanno paura perchè mi costringono a darmi una risposta, ma ne ho talmente tante dentro di me che la esigono.
Chi sono, dove vado,cos'è il senso della vita per me.

Caro Spartaco...ho intrapreso -penso anche tu come me- questo cammino con il Director e gli amici del Creative Drama per darmi queste risposte. Io non so cos'è il teatro e mi avvicino a esso con curiosità e perplessità e con altre mille domande...sorrido...
Ho capito una cosa: il teatro ti fa avvicinare alle persone e al loro essere. Il teatro ti da l'opportunità di crescere. Aprire i cassetti dell'anima e riempirli. E' come una spugna che assorbe tutto. Dammi la tua mano e lungo questo cammino troveremo le nostre risposte.

Ho una domanda: COSA SI PROVA QUANDO SI CERCA DI CRESCERE?!


Foto: Berenger in Terapia, Laboratorio CDIOT, 2009

venerdì 17 luglio 2009

Drammaterapia: Rinascita sullo stesso Pianeta

@ Grazia

Ciao Director, ciao amici del gruppo, sono Grazia (l'ospite del vostro ultimo gruppo di incontro del venerdì), e vorrei esprimervi i miei pensieri riguardo questo lavoro fantastico che state (o stiamo) svolgendo. Trovo molto interessanti le considerazioni del vostro capo (!) e mi piace molto il fatto che si possa spaziare in una materia così vasta e così ricca di realtà e sentimento. Mi chiedo se l'uomo poi, alla fine di tutto, non è solo quando nasce e quando muore? Ciò mi fa riflettere sul fatto che i sentimenti di ognuno di noi devono fare i conti con ciò che ci circonda e con il momento storico e con il momento personale in cui essi sono vissuti, e ciò non sempre coincide perfettamente con quello che ognuno di noi desidera. Forse, alle volte, nella vita come in questo dramma di Ionesco, i disastri, gli avvenimenti che in qualche modo ci distruggono, hanno il senso, importantissimo ed imprescindibile, della rinascita, della ricostruzione che vuol dire tornare a vivere, e come dice il "capo", non sensi di colpa, ma ripetere, rinnovare, metterci qualcosa di diverso!

Inoltre, mi è venuta un'idea per quanto riguarda la rappresentazione teatrale: sarebbe bello mettere in scena due personaggi di Berenger, proprio per valutare in la contrapposizione la scelta di "esserlo" e "non esserlo", per valutare gli stati d'animo che ciò comporterebbe.

Drammaterapia e le Fantasie di Paura

@Daniele

Ciao pino, ho letto il tuo commento...anche per me davanti al monitor non viene in mente nulla. Poi si comincia ed i pensieri iniziano a muoversi, e qualcosa scorre. La paura è sempre dietro l' angolo che ci fa compagnia. Il mostro è tale, fino a quando non lo conosciamo, dopo si dissolve. Le nostre paure sono alimentate dalle nostre "fantasie di paura", non dalla realtà vera. La paura è soltanto una nostra fantasia che abbiamo materializzato e che noi alimentiamo attraverso il nostro "non coraggio". Non c'è niente da vincere c' è soltanto da vivere questa strordinaria avventura e riscrivere il libro della nostra vita, a questo punto "chi sono?" "che faccio? "dove vado?" Non lo so esattamente, ma voglio scoprirlo insieme a tutti voi, anche attraverso il teatro. Un abbraccio a tutti, un grazie a Daniele che mi accompagna in questo.

mercoledì 3 giugno 2009

Dramatherapy, Rhinoceros Workshop, III Act: Berenger's Battle


Giovedì 4 giugno 2009, h. 20,30 -sede-
sponsorised by Creative Drama & In-Out Theatre

Nell’ultimo atto de “Il Rinoceronte”, Berenger condensa il senso del proprio “impatto” mortificante e glorioso con la vita. Ionesco gli conferisce quelle che Maslow, nella sua piramide dei bisogni -Hierarchy of Needs-, definirebbe il 5° livello, ovvero il bisogno personale di autorealizzazione ed ancora più oltre, forse, l’esperienza di vetta, per la quale, almeno provvisoriamente potrebbe essere trascesa la condizione samsarica dell’ordinario stato di coscienza. Tutto sembra sfuggire alla “logica comune”, a quella stessa logica che i suoi compagni di vita gli avevano proposto sino a qualche tempo prima, quale baluardo alla deriva del suo bere (Dudard), alla “incultura” della sua ragione (Jean). Ionesco riflette transferalmente nel personaggio la personale peplessita a cui la vita conduce quando ti fa essere capace di domande ed assolutamente insoddisfatto delle risposte. Sembra che atavicamente come anche qualche secolo fa, ancora riecheggi la disilussione eliocentrica ed il suo intrinseco senso di impotenza! "I see myself torn apart by blind forces rising from my innermost self and clashing in some desperate unresolved conflict . . . it is clear that I can never know who I am, or why I am"…” I try to project onto the stage an inner drama . . . I want only to render my own strange and improbable universe” (E. Ionesco, in Note e Contronote al Teatro).

Tutti, intorno a lui, hanno mostrato l’assenza di un pensiero, sorretti come automi imperfetti da una sterile logica, timorosi solo nel fallire nel principio di non contraddizione e Berenger intuisce che forse proprio questo li ha portati a “trasformarsi” in Rinoceronte. Egli, così “disconnesso” dalla vita, a ragione del proprio insulso modo di condurla –come criticato dagli altri-, deve suo malgrado forzosamente coinvolgersi in essa, grazie alla furia dell’evento nuovo. Non gli rimane che il rifiuto per la realtà omologante che lì fuori dilaga e si diffonde come una epidemia. Non ha però verità da contrapporre; tutte quelle delle persone più sagge di lui sono rimaste schiacciate e trasformate; non una regola o motivo, ma solo se stesso, a costo della propria vita, persino risucchiato da essa, se dovesse accadere, perché incapace di comprenderla: “Sono l’ultimo uomo, e lo resterò sino alla fine! Io non mi arrendo! Non mi arrendo!”

Proprio qui il tema dell’Assurdo di Ionesco, il senso di un universo ineffabile che sembra sfuggire ad ogni comprensione e che cerca nel mondo, in adozione, spiegazioni ed ideologie e promette di rassicurare in cambio della rinuncia all’identità del singolo, al dolore del proprio atto di coscienza. Sembra, dunque, che l’Uomo Berenger possa perdere tutti i contenuti condivisi, ma non la “dignità” della propria condizione. E’ totalmente “assurdo” questo dolore che ora scopre quotidianamente nascosto dalla speranza dell’amore (Daisy), dell’amicizia (Jean), del piacere (il suo bere), ma si esproprierà anch’egli, come gli altri, della propria paura, fingendo di camminare tranquillo per le strade tra i girotondi di rinoceronti in corsa sulle strade falsamente pulite dell’esistenza di prima? Se così, sarà oramai divenuto anch'egli uno di loro, irreparabilmente. Il senso di questa irreparabilità è proprio nella distanza –si osservi solo apparentemente eroica- tra Berenger e tutto il resto, nulla che dia spiegazioni, nulla che protegga dalla minaccia.

Attraverso i tre atti, il personaggio compie il suo simbolico viaggio -illusoriamente ermeneutico- nel tentativo di salvare l’Uomo. Non è forse sempre la vita con i suoi improvvisi, grotteschi, "assurdi” eventi a tentare il risveglio della coscienza? Atto doloroso, come quei barriti a ritroso nella nostra storia evolutiva ed ora così distanti dall’universo ragionevole che vorremmo avere. Non serve la logica a rassicurare l’anima e Berenger non ha più nessuno con cui “fare anima” (Hillman); l’universo, da un certo momento-spazio in poi, ha imparato ad “urlare” nella collisione di sue due stelle, ma questo non ha aggiunto alcuna verità che conforti. Necessario riscoprirsi naviganti e sapere che le stelle, per qualche strana studiata convenzione, possono aiutarti.


Foto: "Dramatherapy, Rhinoceros, 3 act", disegno e foto-elaborazione di E. Gioacchini

...al fragile scompiglio d'una partitura di vocali da modulare...

@ Nina

Carissimo Spartaco,
finalmente! Sapessi quanto mi rende felice la tua presenza... Ti stai ascoltando, ti stai sentendo colmo di gioia? Hai appena oltrepassato la barricata, osando sfidare "una voce": la tua. È intrisa di timore, dolore, sembra tentennare funambola; sebbene noi tutti, umilmente, e nella stessa identica misura, dovremmo in essa dichiararci paritari. È una voce corale, dentro la quale ci spetta di ritrovare la nostra –singolare ed unica.
Fa paura? Sì… Attingiamo dal profondo che è in noi. Temiamo l’invisibile agli occhi.

Torniamo indietro. Ci costringe a un netto richiamo alla vita, questa voce-presenza; sembra riverberare solo l'incerto esistenziale, con i suoi acciacchi e labili passi. Certo, il rischio di cadere s’impone: basta esserne consapevoli, immersi nella più pura centralità. A mio parere, per quel rischio, vale la pena di essere-esserci. Totalmente. E non credo che vi sia solo questo: c'è il coraggio di esporsi, che dà forma alle paure, che ci fanno intendere quanto sia difficile persino chiedere HELP! Un aiuto tacitamente sotteso, mai urlato né gridato, annichilito come un macigno in gola. Quel macigno se ne resta lì, imperturbabile, senza lasciare libero sfogo alla voce delle lacrime, alla voce delle parole, alle timbriche che salgono dal ventre –luogo di calore–, al fragile scompiglio d'una partitura di vocali da modulare.

C'è un cunicolo ostruito da un sasso gigantesco: caro Spartaco, se vuoi passare, 'sto sasso pietrificato –il quale non può ch'esser pietra e non panna vegetale–, va sputato fuori! E aggiungo: se non ti sostenesse una forma di speranza, non sarebbe palesata la tua "sfida".
TI VUOI FAR SENTIRE, lo capisci? E vuoi che qualcuno TI ASCOLTI.
Sentire-ascoltare: e la voce, intanto, emerge. Tremula, insicura, esitante. Emerge vincente.
Iniziato il percorso, difficile è rinunciarvi. Andrai a ritroso –come dice il Director– tornando alle origini, perché le nostre origini, quelle remote, hanno tracciato e sentenziato la nostra vita di oggi.
Imparerai bene a sputare l'alba d’ogni pietra, amico mio.
Lo farai con signorilità, con gratitudine verso te stesso.
Poi, mi darai qualche saggio consiglio...

Non vivo la mia vita, ma quella che mi hanno detto di vivere

@ Spartaco
su "Voglio la tua Voce!"


E proprio cosi, la mia voce non fa più rumore ed è difficile ascoltarla e fa pure dolore. Non vivo la mia vita, ma quella che mi hanno detto di vivere. La nostra vita la conosciamo e non fa più paura. Ma ci crea un dolore sottile e costante. La mia vita non la conoscco e quindi mi fa paura. Non mi dà certezze. Tutto questo e assurdo. Paura di cosa? Di un pensiero. Il sapere non mi porta oltre. Cosa mi porta oltre?




@Director

La motivazione ad esplorare tra dentro e fuori...questo ti porta oltre. Hai mai visto abbastanza a lungo quelle strie di bava lucente dietro una chiocciola di lumaca? Sembra non arrivi in alcun posto, nè lo abbia in mente. Ti giri per qualche minuto e non è più all'orizzonte...
La strada che non hai ancora fatto è silenziosa, ma assomiglia ad un nastro da srotolare e se tu rotoli avanti, quello fa capriole all'indietro. La tua voce non ti annuncerà mai davanti; potrà essere eco, ricordo, percorso. La tua voce è una via sulla quale cammini e se ne sei troppo sicuro, assomiglierà a quelle marcie di soldati senza opinione, seguaci senza pensiero, esecutori senza volontà. La voce del dittatore annuncia in avanti e fa del "progetto" la propaganda e puoi sentirti persino rassicurato dentro quella, senza dolore. Non chiedere verità. La cultura, la scienza, la religione, l'odio, l'amore, il destino, la vita, nascono dalla paura...ci fanno raggruppare come popolazioni di cellule che "sanno" di resistere meglio se vicine, compatte. Nel percorso breve che ti è dato, puoi ribellarti e fare il percorso a ritroso, scoprire l'eccitazione della scelta, l'assoluzione dell'essere scelto. La voragine della vita non è fuori di te, ma dentro e non è buono inghiottirsi, gridando aiuto. La voce è strumento e suono insieme da reinventare.

mercoledì 27 maggio 2009

Drammaterapia, Gesto & Identità











@ Andrea
su "Drammaterapia. il Gesto dell'Attore"

Vivere il mondo materiale, di cui il nostro corpo e noi stessi facciamo parte. Relazionarci con esso, farlo entrare in noi, se lo vogliamo, e noi espanderci in esso. Abitare il nostro corpo, essere noi stessi anche in questa ulteriore modalità che ci è stata data, il nostro corpo e il mondo fisico. Sentire l’aria intorno alla nostra pelle e che entra dentro di noi dal nostro naso anche se non respiriamo, a voler quasi significare che c’è una relazione, o forse una identità, tra il nostro corpo e il mondo che ci circonda. C’è forse bisogno della consapevolezza della situazione in cui ci siamo venuti a trovare. Siamo sì anima, ma dentro a un corpo e su un pianeta, con il desiderio a volte di toccare, a volte di essere a piedi nudi, a volte di baciare, mordere, odorare, stringere. Insomma, non c’è solo il mondo materiale, ma anche il nostro desiderio di viverlo, e di viverlo come sentiamo dentro di noi, anche guidati dalla nostra fantasia. E per questo, per liberare i gesti imprigionati, per riscoprire i gesti abituali e non, forse dobbiamo prima liberare e scoprire noi stessi dalle paure, dai pregiudizi che ci gravano ma che non sentiamo nostri e che seguiamo perché temiamo il giudizio degli altri. Che i gesti, e tutto il nostro corpo, come anche il linguaggio di cui abbiamo parlato in tanti post, siano un modo per cercare di esprimerci, entrare in relazione, condividere, sfruttandone tutte le potenzialità, comprese quelle che ci vengono dalla fantasia e dalla creatività, in modo, come ha scritto il Director, da “trasformare la fissità di una architettura immobile nell'interpretazione gestuale di un'anima alla ricerca. Se diverrete esploratori del consueto, ordinario, catalogato mondo che vi circonda, avrete scoperto voi stessi”.

Foto: "Drammaterapia., Gesto & Identità", Laboratorio di Drammaterapia, Aprile 2008

venerdì 22 maggio 2009

Drammaterapia, la Voce dell'Attore


La voce, la vostra voce!

Dov’è, dove è stata inghiottita? Precipitata in quella di una balena più grande di voi a far eco nella sua pancia?
“Papino, papino dove sei?”– Pinocchio era stato improvvisamente attraversato dalla mancanza di suo padre, finito -per salvarlo nella bocca della Balena…Ed ora reclamava la sua presenza; tutti e due nella pancia, percorso all’indietro delle loro storie. Eh sì, perchè se non conosciamo della madre di Geppetto, certamente Pinocchio una madre non deve averla mai avuta. Solo sognata e ricercata…la Fatina ed ora quella grande pancia a far eco alla sua esplorazione del mondo. “Papino, papino…dove ti trovi? Ci sei?”.

La vostra voce, anch’essa deglutita nelle vostre gole…che dirlo più forte quel “Papinooo?”, può far ricordare che non c'è, non c’è stato, non si è stati fortunati o capaci di conquistarlo o metterci al suo posto? L’astensione dal conflitto con il nostro passato, indebolisce la voce, la riduce a segnale di un “non-posto”; l’immersione incosciente in esso regala la grottesca arroganza della nostra guerra al mondo! Per questo l’eco ci regala meraviglia –la graziosa importanza del nostro esserci, più che di aver comunicato-, o la terribile paura di essere stati scoperti. E non è questo il senso del mito: la grave punizione di essersi prestata all’inganno –la voce, la nifa, l’eco- e sospirare rinsecchita per sempre in una roccia in prossimità di uno stagno?
Il senso della nostra esistenza “prestata” all’altro, con la subdola richiesta di riuscire a farla vivere? L'impossibilità ad esistere, amata, fuori, da Narciso?
Nella fuga silenziosa dentro un "non-posto" tra i boschi, come a parlare solo con noi, nell'eco silenzioso, anch'esso, del "Io sono" di un Narciso impazzito perchè non può amarsi?
E l’urlo rabbioso di Narciso, all’improduttivo moto d’amore verso se stessi?
Come potrebbe, se l'amore è quel misterioso e magnifico arco riflesso che torna a me dopo un viaggio rischioso ed eccitante fuori -perchè eccitati i miei recettori- a riparlarmi di me, pericolato nell'esistenza dell'altro e tuttavia forse salvo?
Ed allora, questa voce che deve fare, dove deve andare?

Domande sbagliate, cari attori, chiederci piuttosto di cosa deve parlare Essa porta noi, fuori! Poco altro da dire: noi, fuori… Dentro la pancia dei nostri ripensamenti, nel ripiegamento riflessivo –pure utile- della nostra voce che ci parli dentro, c’è la promessa di un’antica carezza…
Ma ora, cresciuti, questa fiorisce fuori. E va cercata, chiamata per nome, provata fuori. Ecco perché voglio la vostra voce, desinenza invisibile di tutte le declinazioni e dei predicati possibili. Director

Foto: "Echo" di Alexander Cabanel

lunedì 27 aprile 2009

Quando l'Assurdo attraversa il Teatro: Eugéne Ionesco



Il Creative Drama & In-Out Theatre, fondato e diretto da E. Gioacchini, sponsorizza un workshop aperto al pubblico sul teatro di Eugéne Ionesco. Due relatori ed una performer a descriverne il pensiero ed il teatro, tra recitazione e racconto.

Fuori dal totalitarismo e dal liberismo sfrenato troviamo la lezione di Ionesco a non fermare la ricerca del proprio senso, liberandolo dall’apologia dell’individuale e della sua babele storica, dalle false ragioni della libertà e della sua limitazione. Lezione teatrale e di vita, lirismo artistico ed estetica della ragione. Un workshop per addetti ai lavori e non, attraverso la visione illuminante del drammaturgo con il bisturi della dramma terapia.
Conducono lo psicoterapeuta E. Gioacchini, la performer N. Maroccolo ed il critico P. Perilli.
Ingresso libero, gradita prenotazione.
INFO: al 3403448785

Foto: Rhinoceros, by Albrecht Durer, 1915

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

COMUNICATI STAMPA