@ Director
As mind master of the CDIOT, this gives me the opportunity to open a discussion on the fascinating Mind's Creative Processes and the Theatre. So I invite you to join our community, getting it prestigious, because it will be built with your intuitions and questions, meditation and inner answers. This is the place where you can use the freedom to express your doubts and you ideas, sharing with the others the research of your way. The Mind is a living miracle, available better than we could immagine; the theatre is a powerful tool to get deeply its power! But what beyond our discussions?
Prepare for becoming part of a new way to discuss with your right emisphere.
Explore the real power of hypnosis, dramatherapy and cinema-dramatherapy and get away its magic and false misconceptions.
Work nicely with us to create our friendship and the warmth of our curiosity and mind’s exploration.
Learn, enjoy and get excited!
Help yourself adapt to altering life-style changes..if there’s one constant in our life today it’s change; from every direction and faster than ever.
Let’s make the dream a reality...and much much more! Contact and interface with our staff; psychiatrists and psychologists will help you to get your life better!I’m just looking forward to seeing your messages here!

"It does not take much strength to do things, but it requires great strength to decide on what to do" Elbert Hubbard

Visualizzazione post con etichetta Vita Panico Drammaterapia Hypnodrama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vita Panico Drammaterapia Hypnodrama. Mostra tutti i post

venerdì 20 novembre 2009

Drammaterapia e Processo Drammaterapico: quando l'In & Out lavora fuori la scena

@ Maria Pina (blu)

Director, amici, venerdì scorso è ormai lontano e il ricordo delle parole e delle azioni della serata forse è meno vivido, mentre invece il ricordo delle emozioni è fresco e presente. Sabato mattina sono partita per una delle mie avventure "sopra le righe" in cui mi imbarco ogni tanto , spaventata, sola e timorosa, con un groppo in gola che mi sembrava di avere uno gnocco di semolino per traverso. Dovevo raggiungere mia sorella in un paese straniero, per starle vicino in un momento molto delicato per lei.
Ho rievocato dentro di me la parte iniziale della seconda scena, quando, a casa di Daisy, si svolge una serata di amici , in attesa di un Berenger, perso nella rissa di rinoceronti. La situazione era dolce: "dentro" la scena c'erano due amiche che parlavano, "fuori" c'era il regista che ci riprendeva. Una serenità durevole che ha messo radici profonde. L'ho rievocata e lo gnocco in gola si è trasformato in una caramella che si è sciolta.
Sono andata incontro a mia sorella con il sorriso e un mare di valigie e di cose da raccontarle.

mercoledì 11 novembre 2009

Dramatherapy, Matryoshka Love: love, fear...different, close

@ Gianni

Amore, paura… diversi, vicini.
Belli i post di Maria Pina e di Spartaco, mi hanno emozionato, soprattutto quello di Spartaco ha suscitato in me sentimenti contrastanti e diverse considerazioni personali .
Partendo dal presupposto che sento Spartaco parlare di questo argomento da diverso tempo, e essendo in parte d’accordo con lui in linea teorica su quasi tutto il suo scritto, sono convinto che l’applicazione pratica delle sue teorie non è affatto semplice.

Da sempre sento parlare d’amore, un sentimento di cui tutti siamo affascinati, permeati, e addirittura dipendenti. Citazioni, canzoni, poesie, romanzi e scritti, teorie e analisi psicologiche, manuali e saggi parlano di Amore. Ogni sfaccettatura di questo sentimento così ricco e importante per noi, ne nasconde un’altra, e un’altra ancora, in una enorme matriosca in cui confluiscono tutti i sentimenti, andando quindi ad inquinarne la purezza iniziale e la genuinità emotiva. L’amore diventa così strumento di sofferenza, oggetto di desiderio e paura, si confonde con il sesso e di esso diventa succedaneo o addirittura conseguenza. Se ne parla a sproposito, si utilizza come strumento di ricatto, si gestisce e si centellina per prevaricare la persona amata, ci rende sospettosi e gelosi, distanti e vendicativi e tutto per un unico motivo: ne abbiamo paura.
Una paura folle, perché nel nostro DNA c’è l’ancestrale convinzione che amare troppo” (ammesso che l’accrescitivo abbia un senso) o amare incondizionatamente sia sinonimo di debolezza e anticamera della sofferenza. Ne abbiamo paura perché nel nostro passato di guerre e prevaricazioni, poco si è lasciato al sentimento, perché i bisogni primari prevaricavano tutti gli altri. E arrivati ai giorni nostri, inconsapevolmente abbiamo continuato a vivere nello stesso modo. Ma non è più il tempo delle guerre, non c’è più la fame, quella vera, e il nostro io ha cominciato a soffrire, perché calpestato e sottomesso alle rigide regole del raziocinio e delle leggi del consumismo, spinto soltanto verso l’aspetto materialistico dell’esistenza. Di qui la sofferenza e la difficoltosa ricerca di sentimenti che riempiono la vita senza doverli comprare, ma soprattutto senza sapere dove andare a cercarli. Ecco la distanza emotiva, la difficoltà a cogliere la gioia del sentimento quale collante riempitivo tra il fare quotidiano e il vivere a 360 gradi, in equilibrio con se stessi e con il mondo circostante.
E se vivo ormai una discreta serenità sento che ancora non riesco a vivere appieno questa gioia.
Foto: Matryoshka Love, Laboratorio CDIOT, settembre 2009

domenica 8 novembre 2009

Drammaterapia, Dentro le Scelte

@ Beatrice

Era un po’ di tempo che non mi sentivo come ieri sera. Ho vissuto la seconda parte della serata meravigliosamente bene: grinta, passione, essenza, presenza, comunione con tutti voi amici. Mi sono destata da un torpore che spesso mi avvolge e nasconde tutto di me: i miei sentimenti, la mia allegria, il volere, la capacità di addentrarmi e guardare dentro me. Nei giorni scorsi tutti voi avete dato tanto: ho letto, meditato ma ero ferma. Ho provato, ma non riuscivo a dare, forse perché non avevo nulla (o forse no). Mi sono sentita in colpa verso tutti, in primis verso chi ci sollecita e ci dà il contenuto per fare. Il Kamikaze: esplosione, terrore, morte miseria. Quante volte è esploso dentro di noi, con la rabbia di figlio che viene portato a vivere una realtà non consona che si scontra con le sue emozioni, desideri, aspettative. Una madre che soffre perché triste e lacerata per la perdita di un figlio che tanto amava. E’ difficile la scelta di un marito che combatte degli ideali, una guerra che darà solo morte, violenza, solitudine per chi rimarrà a piangere e capire perché…Un padre che va incontro con rabbia e determinazione; e cosa mi chiedo?
Non voglio e non posso giudicare; ma perché al posto del giubbotto non si può indossare l’amore, la pace, la costruzione di nuovi orizzonti dove il sole possa sorgere e tramontare solo con i colori meravigliosi che gli sono propri? Vorrei ripercorrere il sentiero trascorso, e muovere io stessa i fili del personaggio che recita la vita. Essere io protagonista, abbandonare il ruolo di spettatore della propria vita. Un bacio a tutti. Much love!


Foto: Dramatherapy, Kamikaze, Atelier Drammaterapia, novembre 2009

mercoledì 15 aprile 2009

ALICE O NATHALIE? Primato sulla luce...

@ Nina

Caro Director, ho appena letto il Post "Senza trucchi", e compreso abbastanza il testo di Nathalie. In entrambi un emblematico elogio all'Ombra e all'Oscurità: il loro primato sulla Luce (Vita). Inquietante: ombra, ombra, ovunque ombra. Sulla pelle di Nathalie è solcata da tristezza e fatica; amore in salsa d'amaritudine; amore illusorio; amore promesso e defraudato; desiderio di un bacio della buonanotte... In Alice, un'altra ombra -con riflessi in controluce sulle cose- è inghiottita da una nuvola oscura più estesa -netta opposizione al grande Ermete, che affermava solenne: "Estrai, figlio, il raggio dalla sua ombra"-. Sembra, la piccola, in una fase spleen. Le manca una sniffata d'oppio e Les Fleur du Mal. La vogliamo parziale o intera l'eclisse?! Vorrei saggezza, sono troppo insonnolita per formulare qualcosa di sensato. Ma l'inquietudine e il mio senso di smarrimento è totale. Appare -the Darkness- una scelta, un bisogno, una necessità. Come può essere?!... Inaccettabile. Chi abita i colori, o tenta di viverli, non può che allontanarsi da questa visione. Specchio o non specchio. Testa luminescente fra le mani, o no. Personalmente, se qualcosa ho decifrato concretamente, mi voglio lontana da questa morte. Poiché trattasi di decesso, sia nel caso della bimbetta con le sue meraviglie ottenebrate, sia nel caso dell'adulta Nathalie. La petite, et la petite-femme: esiste una differenza fra le due se "concretizzano" orrori esistenziali?Eppoi: stiamo ponendo una demarcazione tra immaginifico e realtà?
E sin dove, l'arte, può spingersi per conquistare una verità -senza trucco né artificio? Come scrittrice ho sempre scelto la via della non-consolazione. E se tutto questo fosse un giochetto sporco della mente e dell'inconscio -in me la rivoluzione o davvero la fine. Adesso, piangendo inutilmente -o a ragion veduta- mi conduco a letto, panica. Alice o Nathalie? LUCE! Altro che "Forbidden Colours", pur essendo una canzone bellissima e irrinunciabile...

mercoledì 8 aprile 2009

The Door Opens From Inside


@ Nina
Commento a “Strappi senza mestiere”

Lei non possiede un nome.
È Madre. È Moglie.
E se fosse Madre di un figlio-Astianatte e di un Ettore all’incontrario? Imploso, con la rabbia dentro– dentro un rovo ardente che reclama un diritto, una giustizia, uno sciame di libertà:
“Dov’è Amore, o mio Amore che non so più dire né guardare?” pensa Hamid.
A cosa pensa Hamid? A lei, La senza nome? alla guerra? alle bombe? ad Al Qaeda?
Lei ha labbra cucite a dovere. Quel poco che esprime è il tentativo inutile di trattenere a sé il proprio uomo, sapendo che il sentimento sanguigno, l’antico patto di essergli “sposa e amante fiorente” non vincerà sull’orrore e la contemporaneità.
Lei è vestita di nero. Assenza di luce dove il sole tenta d’arginare il caldo schiantandosi nel bianco delle abitazioni.
Lei è Cronaca di una morte annunciata. No, magari fosse La senza nome a morire (!): un cuore di Madre sa d’un figlio stropicciato che salterà in aria nel suo tremulo, sovvertito tempo:
“Mohamed, ti ho sempre detto di non affacciarti alla finestra!”.
E se una bomba gliel’ammazza sotto gli occhi velati d’acqua?
Lei è creatura acquatile e scultorea. A tratti –i tratti del suo viso si fanno duri, imperscrutabili. Cosa guarda questa donna scolpita nel marmo, ferma, come insonorizzata?
Cerca l’insaziabile da saziare? E dove getta il cuore inascoltato?
Lui, Hamid, è un combattente. Ha deciso per le anime insaziate.
Lei vuole il patto antico.

Strano come una donna musulmana esploda all’improvviso, dopo che i nervitiranti d’acciaio, lì all’altezza del collo, depongono a favore d’un solenne “Non ci sto!” –e mentre le gambe non reggono più, più non fanno parte di quel suo caduco corpo.
Profonde occhiaie divorano il volto stanco. Questa donna, comunque… Comunque La senza nome non deporrà Tenacia:
“Mohamed è più di quanto io sia, io che non sono niente... E lui, che è più di me, non andrà da nessuna parte…” dice ad Hamid.
Quanti combattenti ci sono adesso?
Ognuno è alle prese con una guerra privata.
Ditemi: è questa la contemporaneità familiare?
Il Faust si nasconde ovunque: nel pubblico, nel privato, nella contrazione d’ogni forma d’amore-confinato-cuore divenuto involucro calcareo.
Esiste una mercanzia di corpi: non hanno valuta. “Not in my name” dovrebbero tradurre maestranze al servizio di Allah. Ma decidono per malestreme volontà, abuso di qualche ricco potente che di valuta s’intende, e per autentica disperazione.
Resta la visibilità del gesto che smuove l’indifferenza degli occhi. Lo squarcio-kamikaze, le vittime saziate e quelle insaziate: un unico dramma.
Indossiamo tutti “nuvole di piaghe”.

Repeat. Repeat. Repeat.

-Non so recitare, non voglio fare l’attrice! Non ricordo le battute, sto male… Mi cedono le gambe. Voglio andarmene…! Non ce l’ho con te Director…
-Aspiri alla perfezione. Repeat. Repeat. Repeat. Autenticità!, sacrificio totale!
-Non ho testa, non so più le battute. Errore su errore, sono un errore… Mi sento mortificata… Lo so, Director, non va bene: me lo ripeti da due anni.
-Mi sembri R.!
-Non sono R.! Solo te l’avevo detto che era troppo presto per una pièce drammaterapica. Tanto so come va a finire, sarò io a farmi esplodere… Come se la Montagna crollata non bastasse… E questi sei mesi nero d’inferno!
-E forza con quella mano! Gesto deciso! Gliela vuoi mettere sulla spalla o no? Che ci vuole? È un gesto deciso, non farmi l’esitante… Prima ti avvicini a lui, poi gli vai sul viso… saltelli, sembri una rospettina… Il gesto! È tutto… Piuttosto recita con amore, con le lacrime… In fondo a casa ne spendi tante inutilmente! Repeat. Repeat. Repeat.
Guarda che stai perdendo tuo marito? Il cuore? Dov’è il cuore, Nina?!
Sei madre! Piangi, madre, quando tuo figlio t’implora! Non esisti solo tu…

Già, Nina, dove nascondi il tuo cuore? Eppure è lì che batte per due.
Davvero non si sente un martello pneumatico?
The door opens from the inside.


Foto: foto di scena "Dramatherapy Kamikaze", laboratorio di drammaterapia, 3 aprile 2009

sabato 4 aprile 2009

Dramatherapy Workshop, Il Kamikaze







La casa delle buone abitudini può essere arieggiata finalmente Maria; vi è un istinto naturale che, a ricordarlo, impedisce al sole di ferire i nostri occhi e ad essi di non restare chiusi nel buio, Beatrice; il guerriero è in grado di rinunciare alla potenza della propria spada, lo stolto gliene chiede troppa, ma si deve avere, Romeo; via le stampelle della ragione, Plinio; via il cuore nascosto, Nina; avanti al gesto d'istinto, Andrea; che non ci si ritrovi più a sgranellare i rosari poco sacri delle nostre rinunce sulla scena, Elea; basta con le fughe dal dolore, se esso viene messo nel nostro thermos, Chiacchi; lasciamo l'umidità all'inverno appena trascorso ed andiamo a caccia delle brina, al mattino, Francesca; l'esplosione controllata è impossibile, Cesare e quella non calcolata fa crollare un palazzo sull'altro, ma non è negativa in assoluto ci diceva ieri il Kamikaze di Federico.
Va premiata l'attenzione del nostro importante pubblico, mai lamentata, va ricercata, va ringraziata. Director

Foto: "Il Kamikaze", Laboratorio di Drammmaterapia, Roma, 03.04.09

martedì 31 marzo 2009

Ha una Solitudine lo spazio, Solitudine il mare..." E. Dickinson


@ Elea

...So che chi non è mai stato amato fa fatica ad amare e chi non sa amare fa fatica a VIVERE. Così mi ritrovo a pensare a quei moti dell'anima che si fermano in gola soffocandomi.
Non ho mai compreso quei miei gesti pensati e trattenuti ma dentro di me osservati e amati. A quelle parole cercate e mai dette, ma dentro di me le ho ascoltate. Mi sento come uno spazio vuoto, tra emozioni lasciate in sospeso. Come un cerchio colorato pronto ad avvolgere ogni carezza, ogni pensiero ogni amore.

Come lo spazio che avvolge lo spazio. ''Ha una sua Solitudine lo spazio, Solitudine il mare e Solitudine la morte. Eppure tutte queste son folla inconfrondo a quel punto piu profondo''...''Forse sarei più Sola senza la mia Solitudine sono così abituata al mio destino.Forse l'altra- la Pace-potrebbe interrompere il buio e popolare la mia stanza. Troppo stretta -temo- per contenere il suo sacramento'' [E.Dickinson].

Che strano, bello, triste ritrovarsi nei versi di una poesia e specchiandoci dentro rivedere la propria anima. Parlano di me. Parlano di te. Ed è proprio lì in quei versi che si uniscono i destini di tanti sconosciuti. Non so dare altro di me se non l'immenso spazio che li occupa.

@Director

There is a Solitude of space (1914)
E. Dickinson
There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself
Finite infinity.

Che fatica amare, senza lasciare che sia un mestiere "naturale"; che fatica riprendere quel mestiere, volendolo "naturale. Che fatica amare senza saperlo, carezzare oggetti e volti e registrarne solo la memoria crudele di cose lasciate indietro. Orme senza presenza ed odore. Che fatica amare senza dirlo, senza stringerlo, senza volerlo. Lo spazio allora diventa immenso e si popola di versi, paesaggi ad olio e passaggi a china, ti avvolge, cara Ellea, come una coperta-seconda-pelle e si sostituisce alla tua, propria. Diventa un diario che ti raggiunge dal futuro nel passato, impietoso, senza uscita, ti fa rinascere mille volte nel grido incompiuto di "Io Ci Sono!". Vorresti un eco, uno scandalo, anche piccolo, un inciampo del discorso, un arrossimento, un tremore, un dubbio, una piccola cosa che distraesse questo mondo, per parlare con te...
Tempi scivolati via, mentre guardi l'orologio e spazi occupati clandestinamente per paura del "disturbo".

Ora siediti o resta alzata, riappropriati, ma lentamente, del tuo respiro...
Non è quello, ma la tua anima a salvarti in tanto affanno.

Foto: "Emily Dickinson"

sabato 28 marzo 2009

Panico e Guerra: Lettura per iniziati?, Roma 3 aprile, Conferenza Dibattito


E. Gioacchini, P. Perilli

Se si ha un poco di tempo in più per scorrere le varie rubriche, si trova lo stupro quotidiano, la violenza sul minore, la violenza dei minori, l'ennesimo attacco informatico al mondo della finanza, non può mancare la previsione catastrofica di quello che sarà l'economia nei prossimi anni, mentre nel Congo continua silenzioso il terribile esodo dei dannati del Kivu. A salvare da questa lettura a poco serve la pur incoraggiante battuta di un celebre fisico del secolo scorso, Niels Bohr: "La predizione è molto difficile, specie se riguarda il futuro!".
Il mondo ha terrore e produce terrore. E' una spirale che dura da sempre, tanto massiccia è la proiezione del nostro istinto di vita e di morte -forse commenterebbe Freud- senza tuttavia riuscire a risolvere il problema...Qualcuno dei giovani che incontro nel mio studio, viene chiedendo soccorso per un panico del quale non sa trovare una ragione; ma, nello stesso tempo, in un differente posto, un altro giovane si sta preparando al tuffo oltre quello, per farsi esplodere. Sono contraddizioni che stridono alla nostra intelligenza e coscienza, ma il suono di questo attrito è così poco "rumoroso" e non riesce -anche quello- a cambiare le cose... Eppure sono avvenimenti, planetari e privati che dovrebbero far riflettere; ma poi, anche lì, dove vi sono le stanze dei comandi e bottoni, ancora una volta quegli istinti, travestiti da "potere", "ragion politica", interesse nazionale" ecc. ecc..., impediscono di cambiare le cose.Tutto questo incide non solo pragmaticamente sulla nostra vita, ma vi è una subdola azione negativa, difficile da misurare, i cui effetti però sono persino riscontrabili nei nostri pazienti.

L'Atelier di Drammaterapia LiberaMente e il Creative Drama & In-Out Theatre è lieta di invitare le persone interessate al Seminario ed alla Performance di Hypnodrama, " il Kamikaze" che seguirà
(posti limitati, richiesta prenotazione).

sabato 21 marzo 2009

"...Perchè veniamo dall'acqua nelle ore più liete": River Woman





@ da Nina
a proposito di "Step Trail"

La storia del sentiero è un po’ la mia storia.
Apparentemente il viaggio sembra delinearsi in uno straordinario momento di stasi: il senso dell’esplorazione – svanito. Lascio trionfi e vittorie alla tristezza, ad un corpo che stenta a rispondere – anch’esso millenario.
Questo sentiero-Io è ostruito, inaccessibile, circondato da rovi spinati e arbusti: neanche quel candido pallore lunare si fa sollievo. Il meraviglioso satellite è coperto da uno strato pesante di garza. Come affetto da cecità il suo dappoco non illumina.
Il viaggio si ferma alla partenza?
No. Il viaggio iniziò ch’ero Tigre nella cortàzariana casa Humboldt; poi Gabbiano in Nina di Cechov: ora, definitivamente sola, decido d’essere corpo e anima di una Montagna Sacra.

Risposta: L’esplorazione non finisce se decido di fermarmi.
Domanda: Stop obbligato?
Domanda: Segnaletiche scomparse?
Risposta: Attendo, e nell’attendere imparo.
Non sappiamo nulla. Possiamo annusare come i cani, eleggere l’intuito, accogliere il pre-esistente, potenziare la mente, assecondare l’inconscio, rifondare la repubblica dell’Io con il drama e Ypnos.
Non proprio consapevole d’avere un’insospettabile fretta, scopro che la tristezza è stanca e vorrebbe spogliarsi della sua triste condizione.
Ed è così che m’impongo di deprimere la depressione, incanalando una volontà più grande, un’energia creduta finita e “sparpagliata tra cervello e corpo” con la furia devastatrice di una tempesta in alta Montagna: che ero io – o l’Io – o l’Inconscio – o il SubInconscio.
Importa?
Importa sapere che ho vissuto questa sorta di paralisi costringendo il mio sé a lapidarmi come in un principio di autolesionismo.
Stavolta frano perché io soltanto ordino di farlo. Quasi un’AutoTerapia d’Urto.
Ed ecco che un temporale, somigliante ad un attacco frontale di cacciabombardieri, mi giunge come una benedizione: inizio a rotolare, porto via tutto ciò che incontro – arbusti e rovi spinati compresi; è un tafferuglio, una rissaiola tra sassi, rocce, acqua, bastoni e bastonate, randelli e randellate…
“Non ci sono più,” penso, quando arrivo a valle.
Il sole è tiepido, il suo calore diminuisce i dolori. Finalmente la luce!
Tuttavia…

… Questa valle è statica. Non succede nulla d’interessante.
So che il viaggio non termina qui: devo scivolare ancora più in basso.
Giù, sempre più giù, sino a depositare i miei resti sul letto di un ruscello:
“… Perché veniamo dall’acqua nelle ore più liete” egli disse.

Se venivo dall’acqua per tornare nell’acqua, allora ero ancora ferma alla partenza.
No. Prima di essere Montagna ero stata un Gabbiano, e prima una Tigre, una donna, una bambina, un feto. L’origine, il segno, il linguaggio.
Universo: tutto insieme al Tutto.

Foto: -la didascalia in foto suggerita da Nina è bellissima, di Jerry Uelsmann, "Woman River". Per motivi di copyright, non ci è possibile riprodurla qui -non siamo un privato, ma sponsorizzati da una associazione scientifica, la SIISCA. E' possibile comunque individuarla in questi due siti:
http://www.uelsmann.com/
http://pdngallery.com/legends/uelsmann/-
"River1/2/3/4", 2006

venerdì 20 marzo 2009

Cosmic Hoola Hop


@ Maria

Era quasi mezzanotte quando mi sono ritrovata a camminare lungo la strada che mi avrebbe condotto alla mia macchina con un…cerchio in mano.
I miei compagni di gruppo dell’Atelier sanno di che cosa stia parlando; gli altri saranno curiosi di sapere di che si tratta. Abbiamo partecipato ad un piccolo Rito cosmogonico, una sorta di seconda nascita personale…di rinascita.
Non trovo aggettivo che possa definire l’esperienza, ma Forte è quello che le si addice meglio.
Si comincia occupando lo spazio di questo cerchio, che per intenderci ha le dimensioni di un hoola hop, e questo angusto spazio rappresenta il grembo materno, ad occhi chiusi possiamo avvertirne i limiti ma soprattutto il confortevole e sicuro abbraccio.
Istintivamente ho scelto la posizione fetale, completamente rannicchiata, ci stavo bene là dentro, proprio bene eppure ad un certo punto ho cominciato a piangere…e nel giro di quel breve tempo è come se avessi ripercorso tutta la mia vita fino ad allora, e non si trattava di flash-back mentali ma di essere in un altro posto, in un altro tempo. Dapprima mi sono vista bambina nel mio lettino,s otto le coperte fino a soffocare quasi, in posizione fetale con le braccia che stringono le ginocchia quasi a voler ritornare proprio nel grembo materno e piangevo soffocando le lacrime mentre mamma e papà litigavano violentemente. Poi sono stata catapultata più avanti nel tempo in un letto matrimoniale, sempre in posizione fetale, sempre sotto le coperte, sempre da sola, singhiozzando lacrime silenziose, cercando di tener fuori ciò che in realtà era dentro di me: la mia depressione.
Così, uscire dal cerchio è stato liberatorio, perché lì dentro, ben chiuso lasciavo il mio passato e veramente avevo la sensazione di una seconda nascita.
Certo il mondo fuori mi era sconosciuto, solo l’”olfatto” poteva guidarmi a conoscere questa terra inesplorata che era la mia nuova vita…e poi il “primo sguardo” con chi è simile a te…i primi contatti.
Quell’angusto spazio –cerchio è diventato sfera, anzi chinesfera,-cioè tutto lo spazio occupabile utilizzando l’ampiezza di braccia e gambe a mò di raggi di una ipotetica sfera-.
Poi l’incontro con l’Energia del cosmo, complice una Musica di grande impatto ci si lancia in una danza, in cui i piedi calpestano violentemente la terra, le mani cercano il cielo…e dalla terra e dal cielo si è caricati di nuovo da capo a piedi.consapevole di far parte dell’Energia del Cosmo ho sperimentato una grande gioia, un grande benessere.
La parte più difficile doveva ancora venire…rientrare nel cerchio. Come in un rito iniziatico tutti i cerchi sono stati disposti a formare a loro volta un grande cerchio e noi dentro il nostro.
Era venuto il momento che Qualcuno sfilasse il cerchio dal basso verso l’alto poggiandolo poi a terra vicino a noi. A qualcuno parrà esagerato o falso, ma io vi posso dire che quando è toccato il mio turno ho sentito dolore, si dolore fisico la sensazione di essere privata della pelle, come una banana che venga sbucciata. Forse non ho ancora coscienza di che cosa ci sia in quella “buccia”; forse non lo scoprirò mai; certo è che mentre passeggiavo tenendo per mano quel cerchio tornandomene a casa mi sono ritrovata a sorridere osservandomi portare a spasso…il mio passato e mi sono sentita come un bimbo monello che ha combinato una marachella proprio grossa.

Era il 1974, Londra, diciannovenne, con la testa piena di Freud e Jung, Anatoma Umana Normale alle spalle appena fatta, tre brani da cantautore nelle tasche del mio repertorio e tanto Guccini e De Andrè, nella metro di Westmister, al mattino presto, avevo rubato il posto ad un suonatore di strada, un violinista, alzandomi presto. In quei giorni ero incantato da Tubular Bells di Mike Olfied; avrei riportato a Roma un Lp acquistato lì...mentre qualche londinese si fermava curioso sulle note di Spoon River. Non solo la suggestione di un Mike Olfied anticipatore d una "musica elettronica" di lì a poco per esplodere, ma refrain mantrico che mi portava sin da allora a considerare ogni cerchio realmente magico.
Foto: Cosmic Hoola Hop, 2009.
Fotoelaborazione:1) scatto prospettico del nostro Hoola Hop 2) colorazione, luce/contrasto/ritaglio 3) inserimento in foto Galassia IC342 4) foto-ritaglio, fusione, ricolorazione,correzione per pixel. Tempi 40 minuti: l'hoola hop gira e comprende la galassia!
Movie:Tubular Bells, part 1a, Mike Oldfield's performance at Montreux, 1981

DRAMATHERAPY WORKSHOPS (2004-2009)

Ciclo di Conferenze-Dibattito 2010, aperte al pubblico

organizzate dall' Atelier di Drammaterapia Liberamente -h. 20,00,in sede-

-09 aprile, Il Teatro che cura, dal drama alla drammaterapia + Laboratorio
-07 maggio, La lezione di Grotowsky + Laboratorio
-04 giugno, la Cinematerapia e la Cinema-dramaterapia + Laboratorio
-02 luglio, l'Hypnodrama + Laboratorio: il Ritorno del Padre
(nuova programmazione a settembre)

Gli incontri, aperti su prenotazione, condurranno i partecipanti lungo un percorso informativo, spesso provocatorio e divertente, tra le possibilità e le risorse della mente. I seminari e le conferenze -a carattere educativo e divulgativo - sono indirizzati ad pubblico non professionale, ma anche a tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza della Drammaterapia, quindi educatori, operatori sociali, insegnanti, medici e psicologi La partecipazione agli incontri è gratuita, su prenotazione alle pagine del sito o telefonando alla segreteria scientifica, tel. 340-3448785 o segnalandosi a info.atelier@dramatherapy.it

COMUNICATI STAMPA